The Tree of Life
La cellula. L’universo. La vita.
Un film totale, complesso, decisamente difficile da analizzare ma che si presta anche ad una lettura più immediata: quella poetica e affascinante delle immagini. Malick distrugge il concetto di narrazione e lo piega ad una sua visione personale e assolutamente libera e intimista. Non c’è una storia raccontata, se non quella universale della Natura, della creazione e della vita in ogni sua manifestazione: che sia una stella o un albero, una galassia o una famiglia media nella provincia americana del dopoguerra. Le immagini si susseguono potenti ed evocative comunicandoci un’immagine di Malick della Natura nichilista e irrazionale, intrisa di spiritualità ma non per questo religiosa. Un’opera ambiziosa e onirica che regala momenti di struggente dolcezza, ma anche sferzate ciniche e inappellabili.
Come per altre opere visionarie e fuori dagli schemi, il fascino e l’eleganza estetica e formale dell’opera (qualcuno ha detto 2001?) veicolano il messaggio dell’autore ad un livello così elevato che è impossibile esprimere un giudizio sintetico “bello/brutto” e, soprattutto, rendono l’opera ricca e sempre aperta ad interpretazioni e letture.
Insomma, si potrebbe parlare per ore cercando un significato dietro le singole sequenze o frasi, ma come insegna Donzelli: “Capire è sopravvalutato” – e la gente che in sala sbuffava o ha gioito alla comparsa dei titoli di coda mi fa solo tanta tristezza.
Best quote:
“La natura sparge il sale sulle ferite che dovrebbe guarire.”
Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare
Ma era davvero necessario un nuovo capitolo sui Pirati targati Disney?
Probabilmente no, anzi sicuramente, ma per la Disney e il suo Re Mida Jarry Bruckheimer sì.
Ed effettivamente loro hanno avuto più ragione di me. Basti pensare che al 23 Maggio, a 5 giorni dall’uscita, gli italiani hanno riempito le tasche di Jarry e della Disney con 7.13 milioni di euro. Senz’altro nuovo successo al botteghino, ma indubbiamente una delusione per i fan.Il quarto episodio vede alla regia il buon e bravo Rob Marshall, allontanatosi per questo Pirati dai suoi musical. Il regista aiutato anche dalle inconfondibili musiche di Hans Zimmer ha deciso di continuare sulla strada di Verbinski. Anche se effettivamente non ci riesce benissimo, il confronto coi primi tre episodi non regge.
Sicuramente ci sono le fughe rocambolesche, le battute sagaci (poche), ma manca azione “potente”. Il regista è chiaramente a disagio con Zombi o navi lancia fiamme, preferisce dare alla pellicola un’aria più da commedia sofisticata leggera-leggera. Gradisce inquadrare le sirene e gli piace moltissimo il melò tra il prete fico e la sirena.
Anche se il problema vero è: al quarto episodio cosa c’è ancora da raccontare e da inventare? La sceneggiatura non rende, oltre due ore di film con moltissimi minuti sprecati in scene superflue e non necessarie ai fini della narrazione. Tempi morti, buchi e imperfezioni non mancano.
Nulla da ridire sulle performances degli attori: Geoffry Rush è sempre una garanzia anche in versione corsaro; Ian McShane convince nel ruolo del villian e Penelope Cruz non fa rimpiangere Keira Knightley. Ma sicuramente Jonny Depp riesce nuovamente a darci un vero Jack Sparrow.
Ombretto come se piovesse, barba a treccine, andatura effemminata, promiscuità sessuale, cinico individualismo rovinato da scampoli di idealismo romantico, look da sballato. E soprattutto non disdegna di fare cazzate micidiali o di fregarsene del motivo che fa muovere i Pirati in questo capitolo.
Purtroppo, questo quarto capitolo conferma l’andamento verso l’innocuo intrattenimento per famiglie. Si sta perdendo l’ironia scorretta delle origini.
La Maledizione della Prima Luna giocava, divertendosi e divertendo, con gli stereotipi del genere. Ora il film si appoggia su questi stereotipi per elaborare una trama e battute al minimo sindacale, almeno per i fan. Sicuramente se avessi 10 anni uscirei convinto che Jack continua a sapere il fatto suo e giocare la sua partita alla grande. Vuole morire, non crede nelle Nazioni, se ne frega delle Religioni e vuole cavalcare l’onda dell’avventura finché ha benzina in corpo con spirito cavalleresco e una certa autoironia. Pertanto non si può parlare di un brutto film, ma non ho 10 anni.
RED
Dopo la brutta esperienza patita col disastroso Jonah Hex, arriva un altro fumetto targato DC Comics a fare il suo debutto su grande schermo.
Hollywood ha pensato di adattare la miniserie RED, creata da Warren Ellis e Cully Hamner, mettendo dietro la macchina da presa il tedesco Robert Schwentke, (del regista ricordiamo l’intrigante debutto in patria con Tattoo e il thriller Flightplan con Jodie Foster).
Ottima la capacità di Schwentke nel creare un eccelso e intrigante ibrido tra lo stile di una spy-comedy televisiva e il look che ha contraddistinto gli ultimi cinefumetti.
Questo non è assolutamente il caso di parlare di nuovo standard nei cinecomics, ma sicuramente può essere d’esempio per altre opere. Difatti siamo di fronte a una pellicola di quasi due ore che riesce a intrattenere magnificamente, sempre in perfetto equilibrio tra il serio e il comico supportato da battute, scontri a fuoco, scazzottate e sequenze action spettacolari e ben coreografate alla Mission: impossible.
Il budget a disposizione del regista è stato sicuramente speso molto nel cast stellare che vede i nomi di Bruce Willis, John Malkovich, Morgan Freeman ed Helen Mirren. Tutti incredibilmente in stato di grazia e sicuramente ben diretti e gestiti. Senza dimenticare Brian Cox, Ernerst Borgnine e Richard Dreyfuss, Mary Louise Parker e un Karl Urban più in forma del solito.
Bruce Willis sfoggia l’anima ironica e ambigua che lo ha trasformato in un divo, Freeman e la Mirren giocano con classe divertendosi e divertendo. Malkovich, imho, è quello che si gode di più questo film risultando straordinariamente simpatico e coinvolgente. Bravissima e dolcissima la Parker; ragazza svampita incapace di destreggiarsi in un mondo di squali della cui esistenza era totalmente estranea. Praticamente lo stesso ruolo romance di Cameron Diaz, nel recente Innocenti bugie, anche se la Parker risulta molto più convincente.
In conclusione RED (Reduci Estremamente Distruttivi) è un film spensierato, divertente e imprevedibile. Volutamente eccessivo e fragororso, ma dotato di incredibile autoironia e capacità citazionistiche che lo rendono un prodotto fresco.
E nonostante la presenza di cotante All Star nessuno cerca la luce della ribalta da prima donna.
Una pellicola in grado di soddisfare pienamente le aspettative del grande pubblico.
Duel
Inauguriamo oggi una rubrica dedicata ai grandi classici della storia del cinema, ai film che hanno fatto la storia, segnato una o più generazioni, ispirato schiere di giovani cineasti, definito un genere, creato degli stereopiti. Possono essere grandi produzioni come anche piccoli lavori (piccoli solo nel budget) che magari sono serviti come trampolino di lancio per registi in seguito molto affermati.
E’ questo il caso di Duel, che vede alla regia un venticinquenne di nome Steven Spielberg. Siamo nel 1971 e Duel, inizialmente girato come film TV della durata di 74 minuti, viene allungato a 90 minuti con l’aggiunta di quattro scene e ridistribuito al cinema.
Spielberg prende un racconto di ordinario surrealismo di Richard Matheson (recentemente ritornato al cinema grazie a The Box di Richard Kelly), gli fa scrivere anche la sceneggiatura e in tredici giorni gira il suo primo lungometraggio. Grazie al successo ottenuto, ha l’opportunità di girare Sugarland Express ed in seguito Lo squalo, che lo consacrerà nell’olimpo della settima arte; ma torniamo a Duel. La storia è in perfetto stile Matheson: un evento inspiegabile e irrazionale fa precipitare il malcapitato “uomo qualunque” di turno in un vortice di situazioni surreali che lo porteranno ad affrontare i lati più oscuri della propria anima. In questo caso l’uomo comune (che non a caso fa di cognome Mann – uomo) ha la sfortuna di incontrare sulla propria strada un’autocisterna arrugginita e un po’ sgangherata che, dopo un sorpasso, decide senza alcun motivo di perseguitare il malcapitato, giocando dapprima come il gatto col topo e poi facendo di tutto per speronarlo e ucciderlo. Quello che stupisce è che nonostante lo script non offra molta varietà di situazioni e paesaggi, e nonostante il film originario sia stato “diluito” con quindici minuti per arrivare ai canonici novanta, Spielberg ne esce alla grande mostrando il suo enorme talento di narratore nel raccontare questo assurdo road movie con un ritmo alto e costante, grazie ad inquadrature assolutamente dinamiche e moderne (i vari Fast&Furious sembrano roba vecchia dopo aver rivisto questo film!), collocandosi in quella rivoluzione del cinema americano, partita alla fine degli anni sessanta, che va sotto il nome di Nuova Hollywood.
In definitiva, un film consigliato a tutti, immune al trascorrere dei quasi quaranta anni (se non per la Playmouth e i baffoni :D ) e che ci consegna un regista che di lì a qualche anno scriverà pagine memorabili non solo della storia del cinema, ma anche della cultura americana e non solo.
Sucker Punch
Dopo un remake e tre adattamenti da graphic novel e libri, Zack Snyder si cimenta con il suo primo soggetto originale e lo fa con grande ambizione, curando produzione, soggetto, sceneggiatura e regia.
Dopo quella di Watchmen, si parte con un’altra sequenza iniziale d’antologia (con una Sweet Dreams da brividi e tutta al ralenti, ovviamente!) che ci catapulta con violenza e pathos in un manicomio femminile degli anni cinquanta. Qui parte questa moderna (sia nella forma che nella sostanza) fiaba con protagoniste cinque ragazze in fuga. Come nello psichedelico Scott Pilgrim(con il quale condivide chiaramente il target di riferimento), i confini tra generi e media si dissolvono e Sucker Punch si candida a pieno titolo ad essere la summa delle arti visive degli ultimi dieci anni, frullando manga in salsa steampunk, videogames, comics, videoclip musicali con il meglio della letteratura e cinema di genere, in un’orgia citazionistica che può lasciare indifferente solo chi ha avuto la sfortuna di non cibarsi dei suddetti media. Ma al regista non doveva sembrargli sufficiente e quindi tira dentro psicanalisi e burlesque, traumi infantili e katane, pruriginose gothic lolite e mondi onirici multistrato popolati da orchi, robots, draghi e zombi nazisti… Insomma, c’è un po’ di tutto ed il mix è dannatamente ben confezionato e intrigante, in uno sfoggio di creatività che è merce rara dalle parti di Hollywood.
Il pregio di Snyder è di non cercare mai di darsi un tono intellettualoide ma di essere sincero col suo pubblico continuando, con tutto il suo talento e il suo ormai celebre stile dopato e frenetico (ma sempre al ralenti :)), un percorso personale di stilizzazione della violenza che, a partire dagli spartani di 300 e passando per gli squilibrati di Watchmen, culmina in cinque ragazzine spaventate ma cazzutissime.
Il film, però, non è privo di difetti, a partire da una sceneggiatura che, oltre a ripetere lo schema a quadri“devo trovare l’oggetto -> parte il balletto -> inizia il sogno -> ammazzo tutti -> oggetto recuperato”, ci presenta dei personaggi molto stereotipati sui quali è abbastanza facile tirare ad indovinare in quale ordine dipartiranno. Purtroppo quello che manca maggiormente è un forte collante tra un quadro e l’altro, la cui mancanza mina la solidità della pellicola e la espone a cadute di ritmo tra una carneficina e la successiva. Inoltre il sapere che è tutto una finzione al quadrato fa scemare l’empatia con i personaggi, già schiacciati dal loro manicheismo. Non si salva neanche il messaggio femminista e di speranza, solo superficiale e messo lì giusto a contorno della storia, perché in fin dei conti per rendersi libere e riscattarsi da violenze e soprusi, le nostre eroine non possono fare altro che ripagare con la stessa moneta, cioè ancora violenza: un po’ come in Thelma & Louise dove le protagoniste, per emanciparsi da una società bietta e maschilista, utilizzano l’arnese maschile per eccellenza, la pistola (cosa avevate capito!?).
In conclusione, un film non perfetto, forse penalizzato dall’ambizione e dall’ego del regista, che magari avrebbe potuto affidare la sceneggiatura a qualche penna più esperta, ma decisamente sopra la media dei blockbuster, che incanta e abbaglia con un carrozzone barocco e colorato grazie alle splendide scenografie del premio Oscar Rick Carter: un caleidoscopio di generi ed esperienze diverse rese con una potenza visiva devastante.
Come dicevo, Snyder è onesto ed è l’emozione visiva che gli interessa, per tutto il resto non c’è molto spazio. Credo sia questa la chiave per valutare se il film vi può piacere o meno: il fascino delle rappresentazione (immagini/musica/regia/coreografia/…) era quello che cercavo da questo film e devo dire che l’ho trovato!
Due sequenze su tutte: la prima missione contro i tre pseudo-samurai giganti e quella in treno contro i robot.
Best quote:
“Non firmare un assegno con le parole se non sei pronto a coprirlo con il culo.”
Green Hornet
Partiamo con la premessa che questo è un film che si ama o si odia.
Ho letto molte recensioni prima di andare al cinema e la critica è fortemente divisa. Personalmente sto con chi lo ha definito un buon film. Perché è riuscito in una cosa importante: distrarmi e farmi ridere, anche sorprendendomi in questo.
Affidare a Michel Gondry un film di supereroi è una buona idea. E, neanche a dirlo, questa scelta paga. Eccome se paga!
Green Hornet 3D (molto poco 3D), imho, vince a mani basse la palma del film supereroistico meno prevedibile dell’anno. Oltre a quella dell’arma più bella degli ultimi anni: le rotelle della sedia a rotelle da ufficio. Meraviglia!!!
Perché dico che vince il premio come film meno prevedibile? Perché andando avanti nella storia si ha l’impressione che il film non sia un film di supereroi, ma una commedia divertente.
L’idea dello sceneggiatore-finanziatore-protagonista, Seth Rogen, era chiara sin dall’inizio. per spiegarla cosa c’è di meglio se non una sua dichiarazione: “Ho presentato agli studios il film come una commedia d’azione in stile Arma Letale, che poi è il genere di film che piace di più. Hanno accettato”.
E’ questa l’idea con cui bisognerebbe guardare questo film autoironico; poi, grazie al buon Gondry, la pellicola prende altre venature – soprattutto l’idea di mettere in discussione il classico rapporto eroe/spalla.
Kato è di fatto il vero eroe, Britt Reid/Calabrone Verde(Seth Rogen) non sa fare nulla e quel poco che fa sono danni, eppure è lui il protagonista e sembra esserne conscio.
Analogamente Christoph Waltz (il magistrale e inarrivabile, anche per sé stesso, Hans Landa di Bastardi senza gloria) è un mafioso russo di mezza età in crisi che, per avere un bonus al carisma, decide di trasformarsi dal boss Chudnofsky, nel super-criminale Sanguinosky.
Ho trovato molto divertente come i personaggi si percepiscano parte di un film, ovvero come si rendano conto di vivere situazioni improbabili nella vita reale – Gangsta’s Paradise di Coolio come sottofondo per le scorribande in macchina nei bassifondi, uso di frasi ad effetto ed effetti scenici sorprendenti sono solo alcuni esempi.
Probabilmente gli amanti di Green Hornet (ma poi oggi esistono davvero?) non troveranno il film corretto e i cultori di Bruce Lee vedranno il maestro solo di sfuggita in un disegno, uno schizzo, che grida: “ Ecco, vi abbiamo accontentato! Ora non parliamone più”.
Però sono sicuro che tra una decina d’anni(?) verà rivalutato perché, non incarnando lo standard degli attuali film supereroistici, sa prendersi in giro con intelligenza ed autoironia.
Infine menzione d’onore per il folle gioco con il quale si è deciso di far sì che il film stesso giustifichi l’uso di “Green Hornet” al posto di “Calabrone Verde”:
!!! Spoiler ATTENZIONE spoileR !!!
Giornalisti davanti alle prime foto di quello che pensano essere un criminale: “ Chiamiamolo il Calabrone Verde”
Britt Reid: “ Sì, ottimo, mi piace”, breve pausa, “ ma in inglese ha più stile: Green Hornet!”.
Tron Legacy
Un’occasione sprecata, un’enorme occasione sprecata, visti i 300 milioni di budget!
Al contrario di molti miei soci in sala, non credo che il film sia completamente da buttare. La scelta del regista si è dimostrata abbastanza convincente. In effetti è proprio grazie a lui se Tron Legacy si salva dal baratro senza fine della vergogna e galleggia dignitosamente nel mare delle produzioni blockbuster hollywoodiane contemporanee; non è certo merito degli sceneggiatori che partoriscono uno script debole e povero di idee, dallo sgradevole sapore salvifico in posticcia e abusata salsa new age. Insomma, il figlio del creatore che scende sulla terra (in questo caso digitale) per salvare le amate creature del padre (i programmi) dalla tirannia dell’angelo decaduto… ops, volevo dire del programma ribelle C.L.U. Anche i personaggi non regalano nulla di nuovo, con il giovane protagonista che cresce sbandato a causa dell’assenza del padre, ma ovviamente è un figo e quindi è un hacker/cracker abilissimo nonostante abbia abbandonato gli studi; il padre, costretto a vivere vent’anni all’interno della rete (che non c’entra nulla con Internet, infatti in originale è “the grid”) nascondendosi da C.L.U., è diventato un eremita con il barbone bianco che fa meditazione zen all’interno del suo bianchissimo e sterile attico con vista. Mi fermo qui per non sembrare più cattivo di quanto voglia. Con queste basi com’è riuscito Kosinski a non farmi sentire un idiota per gli 11€ spesi? Tron, quello del 1982 e anche questo, non è certo un film di scrittura; qui sono le immagini e l’ambientazione a giocare il ruolo principale, e in questo l’esperienza di architetto e regista di spot pubblicitari (il mezzo per eccellenza in cui l’immagine sovrasta la parola), è stata sicuramente la dote su cui il regista ha fatto più affidamento. Il lavoro con le scenografie, il design degli interni, i costumi, le luci, le moto e tutto il resto sono davvero notevoli, se si chiude un occhio sulla dimora/giardino zen del vecchio Flynn, veramente banale. Gli effetti visivi, nonostante siano allo stato dell’arte, non fanno certo gridare al miracolo come faceva il primo Tron, ma questo è un limite che tutte le produzioni attuali devono affrontare, avendo dinazi un pubblico ormai abituato a tutto. Davvero pregevole la sequenza della gara con le light cicle che, inseme alla corsa delle bighe di Ben Hur e quella degli sgusci del La Minaccia Fantasma, si ritaglia un posto d’onore nella classifica delle migliori scene di corsa nella storia del cinema.
Per quanto riguarda il 3D l’ho trovato abbastanza convincente, molto votato a dare la percezione di profondità senza mai essere eccessivo e invadente. Anche se forse proprio un film del genere poteva permettersi qualche “tamarrata da luna park” (ad esempio dischi, moto e fasci di luce che escono dallo schermo) senza diventare ridicolo. Purtroppo la visione con gli occhialini rende il film dannatamente scuro; un peccato visto che i giochi di colori e luci sono parte fondamentale del fascino visivo del film. Nel complesso credo che il film possa essere tranquillamente visto in 2D senza perdere di attrattiva ma anzi guadagnando una luminosità che può giovare molto. Piccola nota per chi magari non l’ha ancora visto: il 3D c’è solo nella parte del film ambientata nel computer, quasi a voler rimarcare come ormai quello che fino a qualche anno fa era il virtuale, oggi rappresenta un mondo quanto mai concreto e a 360 gradi.
Una menzione particolare la merita la colonna sonora firmata Daft Punk, capaci di fondere sonorità classiche e techno, atmosfere alla Zimmer (Inception) e suoni elettronici che sembrano assolutamente “naturali”; mi sarei aspettato qualche pezzo più aggressivo e prettamente techno, diciamo più tamarro, e invece tutto è molto dosato nell’intento di accompagnare le immagini e non di sovrastarle.
In conclusione, un film che colpisce sul lato prettamente visivo ma che non emoziona, non graffia, non stupisce e pare dilatare oltre modo uno script risibile e a tratti incomprensibile (sinceramente poco più di due ore è troppo). Giustificate quindi le critiche di chi è rimasto deluso, come quasi sempre succede quando si mette mano ad un’opera che ha segnato un’epoca o una generazione; è successo per la seconda trilogia di Guerre Stellari, gli ultimi Terminator, l’ultimo Indiana Jones, ecc… Per le nuove generazioni o per chi non coltiva il mito del precedente Tron, invece, TL può risultare un film di intrattenimento godibile se pure con tutti i difetti elencati, in linea con le mega-produzioni attuali, sulla scia di Transformers, Prince of Persia e compagnia bella.
Cattivissimo me
L’animazione digitale ispira sempre più il mondo di Hollywood e se si vuole trovare qualcosa di originale e innovativo, proprio all’animazione bisogna rivolgersi, capace sempre più di andare incontro ai gusti di piccoli e grandi.
Nel duopolio Dreamworks/Pixar si affaccia la Universal con un nuovo prodotto pronto a cavalcare l’onda del genere, anche grazie a quel Chris Meledandri che in Fox ha dato vita ad Ortone, Robots e L’Era Glaciale, mettendosi a debita distanza dai suoi avversari. Difatti il film non è impressionante come i prodotti Pixar, né imbottito di marchette commerciali pop dei film Dreamworks, ma bilancia egregiamente un’idea interessante dall’umorismo adatto a tutte le età e un impianto grafico originale, a metà tra il dark della famiglia Addams e i colori sgargianti della Walt Disney. La sensazione è quella di una favola dark per bambini, una specie di Nightmare Before Christmas senza mostri, ma con più colori e più demenziale.
Probabilmente il merito dell’originalità insita nella pellicola va anche allo studio di animazione made in France, che si allontana dallo standard tipico delle produzioni americane.
Inizialmente Despicable Me si presenta un po’ fiacco, ma capace di crescere minuto dopo minuto grazie ad uno script che porta alla maturazione dei propri personaggi che risultano ben tratteggiati, dal cattivo dal cuore d’oro Gru alle tre piccole orfanelle, passando per le splendide ciniche figure della mamma di Gru e della Signorina Hattie. Convince un po’ meno la nemesi di Gru, Vector, che entra ed esce dalla pellicola senza troppo incidere e con poca convinzione.
La pellicola regala al pubblico i Minions, nuove icone pop paragonabili a Scrat de L’Era Glaciale o ai Pinguini di Madagascar. Capaci di rubare la scena ogni volta che compaiono con gag fisiche e stupide da comiche anni trenta, senza mai risultare scissi dalla storia o inseriti forzatamente, le loro scene sono funzionali a strappare una risata e alla creazione della trama.
Il 3D ancora una volta non viene sfruttato adeguatamente se non in un paio di scene dove vediamo qualcosa che esce dal piano dello schermo e qualche sequenza in soggettiva. Ancora manca la magia creata in Avatar dove il 3D è capace di infondere profondità alle immagini ed essere funzionale alla storia.
Cattivissimo Me probabilmente non rappresenterà una seria minaccia per Toy Story 3 alla corsa per gli Oscar, ma merita di essere visto perché è genuinamente divertente, autoironico, intelligente e capace di emozionare, a sorpresa, senza mai risultare noioso.
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