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Invictus

Posted in Intorno ai Film by redblackdevil on agosto 29, 2010

“…Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la pergamena,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima…”

Schermo nero: queste le ultime parole pronunciate da Nelson Mandela (Morgan Freeman) nel film, dopodiché titoli di coda, e un pizzico di rammarico perché il film è finito.

Volevo andare al cinema a vederlo, ma non ho avuto occasione. Dalle critiche che avevo letto si capiva che era un buon film, ma non eccezionale, però non pensavo che potesse prendermi così tanto.
Capiamoci: dopo la quasi eccelsa perfezione di Gran Torino, l’appassionante Changeling e il semplicemente toccante Million Dollar Baby non pensavo che Eastwood avrebbe ancora una volta fatto centro. E invece mi sbagliavo, l’ha fatto e alla sua maniera: con la sensibilità e una maestria tipiche raggiunte anche grazie alle sue 80 primavere. Ed è facile associare il titolo del film alla carriera del regista.
Invictus è una parola latina che significa “mai sconfitto”, ed è proprio così che io vedo Clint. Il nostro non sbaglia un colpo dal 1990? Ora forse non tutti saranno d’accordo, ma critica e incassi un po’ mi danno ragione.

Magari paragonato ai suoi altri lavori può sembrare un film anonimo, in cui forse ha sbagliato, ma credo fermamente che non sia così.

Perché è vero che il film lascia delle domande aperte, è vero che forse Matt Damon non era azzeccatissimo nel ruolo del capitano di rugby, è vero che il film non regala quei cambi di umore tipici di Eastwood, è vero che non approfondisce alcune tematiche, ma personalmente è riuscito a tenermi incollato al divano perché, se è vero tutto quello che ho detto poc’anzi, senza la maestria del buon Clint il film sarebbe stato etichettato come un altro “buonista, scontato e melenso” film sui buoni sentimenti. Invece, la pellicola non scade mai nel banale, riuscendo ad emozionare e commuovere proprio grazie a quello stile essenziale, elegante ed asciutto del regista.

La pellicola è un adattamento per il grande schermo, ad opera di Anthony Peckham, del libro di John Carlin edito in Italia con il titolo Ama il tuo nemico. Dove Eastwood abbandona i toni cupi e pessimistici delle sue precedenti opere, e si lascia andare ad un cauto ottimismo, con tanto di happy-end in grande stile.
Ed è proprio per questo che è facile fraintendere Invictus, e di conseguenza giudicarlo male. In molti si aspettavano un biopic completo su Nelson Mandela, altri si aspettavano un film dichiaratamente “sportivo”, con l’accento ben calcato sul lato più ludico e gladiatorio del rugby; altri lo elogiavano ancor più di me credendo che Eastwood non possa davvero sbagliare un film.
Ma se preso bene nel contesto del cambio di rotta tipico del regista, non ci si può lamentare per nulla.

Ultime note:

– Il film inizia l’11 febbraio 1990, il giorno in cui Nelson Mandela venne scarcerato, dopo 27 anni trascorsi in una cella di cinque metri quadrati nel penitenziario di Robben Island. Si conclude cinque anni dopo, il 24 giugno del 1995, giorno in cui venne disputata la partita decisiva del campionato del mondo di rugby.

– Buona l’interpretazione di Morgan Freeman, che non si limita a ricalcare i gesti ed il modo di muoversi e di parlare del Premio Nobel sudafricano, ma assorbe e fa propria quella gestualità fino a fondere sé stesso con il personaggio.

– Di seguito la poesia che Mandela usa nei giorni di prigionia per darsi forza e che in seguito usa per incoraggiare François Pienaar (Matt Damon).

Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dèi chiunque essi siano
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

(William Ernest Henley)

Ah, in riferimento al modo di interpretare il film, aggiungo solo che se Eastwood avesse focalizzato ancor di più l’attenzione sulla violenza di quegli anni, sull’apartheid e ancor di più sulla storia di Nelson Mandela, il film sarebbe stato un mattone che non avrebbe interessato nessuno, nemmeno chi lo critica. Inoltre, chi cerca qualcosa del genere non farebbe prima a vedersi un documentario?
Per finire, credo anche che il film sia uno stimolo a una riflessione più grande, un aiuto ad iniziare a pensare: non credo che Eastwood si sia abrogato il diritto di fare un film che serve per dimenticare o edulcorare quelle strazianti ferite che ancora sanguinano nel continente africano.

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Moon

Posted in Divagazioni by Cape on agosto 28, 2010

Perso all’uscita nei cinema e recuperato in bluray, Moon è un gioiello di rara bellezza per profondità e minimalismo, in una cornice austera e lirica che richiama alla mente il cult Gattaca. Opera prima del regista Duncan Jones, il film narra di Sam Bell (uno straordinario Sam Rockwell protagonista di questo one-man show), un minatore spaziale che segue l’estrazione di preziose risorse energetiche sulla faccia oscura della Luna. Come da contratto con la Lunar (la società di estrazione), dovrà passare tre anni in missione con la sola compagnia di GERTY, il robot tuttofare della base lunare. Tutto procede regolarmente in una routine fatta di lavoro, tapis roulant, escursioni all’esterno della base, chiacchierate con le piante e vecchi serial TV seguiti durante la costruzione di un plastico in legno che non ricorda più quando ha cominciato. Ma quando una piccola distrazione causa un incidente, Sam scoprirà l’agghiacciante verità che la Lunar nasconde. Jones pesca sapientemente dal cinema di genere degli anni d’oro, quando la fantascienza non era ancora del tutto svenduta a battaglie stellari, alieni conquistatori e colorati robottoni mutaforma, ma una frontiera di esplorazione dell’animo umano, un modo per fermarsi e riflettere su quello che stiamo facendo e dove stiamo andando, su cosa è umano e cosa no, qual è il rapporto dialettico tra uomo e uomo e tra uomo e macchina. Moon ci chiede anche se, considerando un mondo quasi ideale dove l’approvvigionamento energetico non è più un problema (grazie appunto all’estrazione di risorse dalla Luna) e la civiltà non è più costretta ad arrancare in una giungla competitiva, la logica del profitto sarebbe ancora il bene supremo da raggiungere. L’altra faccia della Luna sarà solo l’ennesimo posto dove “esportare” il nostro peggio?
Insomma, grandi temi che rendono questo film unico nel panorama delle recenti produzioni fantascientifiche, dove troppo spesso gli enormi budget si sono rivelati più una maledizione che un’opportunità. A dimostrazione di questo, Jones (che deve lavorare con soli 5 milioni di dollari!!) opta per un design degli interni intimista e retrò, con schermi tradizionali, computer con pulsanti e tastiere (niente touch-screen tridimensionali :D), le tipiche geometrie esagonali delle strutture della base, i colori e la fotografia asettici, la musica evocativa: tutto sembra prendere le distanze dal cinema degli ultimi venti anni! Concludendo, novanta minuti memorabili che appassioneranno gli amanti della fantascienza, quella riflessiva e speculativa, ma che sicuramente saranno apprezzati anche dai tanti detrattori che qui dovranno veramente arrampicarsi sugli specchi per tirar fuori delle argomentazioni plausibili.

Halo Legends

Posted in Divagazioni by redblackdevil on agosto 20, 2010

Genere: Animazione
Titolo originale: Halo Legends
Nazione: Stati Uniti, Giappone
Anno produzione: 2010
Release: 16 febbraio 2010
Durata: 119′
Regia: Frank O’Connor, Joseph Chou
Produttori: Ross Bonnie, John Ledford
Produzione: Studio 4°C Production I.G, Casio Entertainment, Toei Animation, Bones, Warner Bros, 343 Industries
Distribuzione: Warner Home Video
Sceneggiatori: Hiroyuki Kawasaki, Ryan Morris, Naruki Nagakawa, Daisuke Nishio, Frank O’Connor, Dai Sato, Megumi Shimizu, Eiji Umehara, Hiroshi Yamazaki

Sette storie per Otto corti di Cinque studi:
Aka: la matematica è un’opinione. Welcome in Halo Legends

Cinque studi d’animazione giapponese, BONES, Casio Entertainment, Production I.G, Studio 4°C e Toei Animation, si sono occupati dell’animazione di Halo Legends.
Un’antologia in DVD e BD di sette corti per otto episodi basati sulla franchise del videogame sviluppato da Bungie e prodotto dalla Microsoft Studios.

Prima di Legends:
Stiamo vivendo in un periodo dove il potere economico-commerciale di svariati prodotti – fra cui Halo – è tale da imporsi anche in forme espressive parallele o complementari a quelle del semplice videogioco. Precursore ed esempio è il famoso Star Wars di George Lucas.
Microsoft, con la sua 343 Industries, ha saputo sfruttare nel migliore dei modi il Fenomeno Halo, dando origine a sequel, spin-off, romanzi, action figure, fumetti e prodotti audiovisivi.
Tra questi ultimi è contemplato il titolo che andremo ad analizzare.

Legends:
Halo Legends ci racconta storie precedenti o parallele rispetto ai videogiochi, utili a farci comprendere quegli aspetti rimasti finora oscuri o ad aggiungere nuovi dettagli che espandono l’universo narrativo (già non piccolo di suo).

Un’idea rischiosa, considerando la vasta schiera di fan che il titolo deve soddisfare e sappiamo tutti quanto noi fan siamo ipercritici con i prodotti che ci appassionano, a tal punto da considerarci quasi Fan Boy.

Da fan, possessore dei giochi, del film, di action figure e di vestiario, posso dire che il prodotto è ben riuscito. È vero che bisogna essere propensi anche a ritmi e toni dilatati nel tempo ed introspettivi… In sintesi, si tratta di un sostanziale distaccamento dal classico stile di Halo. Nonostante tale differenza, spettacolo e azione non mancano.
La coniugazione fra materiale occidentale ed esecuzione orientale apre risultati interessanti, dove gli autori giapponesi reinterpretano i personaggi di Halo secondo “i propri” gusti e sensibilità.

Dalla visione traspare come il conflitto venga considerato da una prospettiva pacifista, marcando come in una guerra non esistano vincitori, ma solo vittime, e gli alieni Covenant sono oggetto di una rilettura ispirata alla dottrina samurai.

Gli episodi:
in sequenza troverete: Titolo, Studio, Voto a: storia/disegno/emotività

“La babysitter„
Studio 4°C
7 / 7 / 7
Prodotto da Eiko Tanaka e diretto da Toshiyuki Kanno.
Brevemente, la storia vede come protagonista uno SPARTAN-II che segue e dà supporto alla missione di una squadra orbitale, nelle cui schiere i più fedeli riconosceranno un omaggio a ODST.
Non dico altro se no rovino la sorpresa a chi lo deve ancora vedere.
E va bene, vi dico che c’è anche uno scontro niente male.

“Il duello„
Production I.G
7.5 / 9 / 8
Prodotto da Mitsuhisa Ishikawa e diretto da Hiroshi Yamazaki, con controllo creativo di Mamoru Oshii.
La storia segue un Arbiter che non vuole seguire la religione dei Covenant e per questo viene accusato di eresia da un profeta.
Vi chiederete perché 9 al disegno: beh, è mera e semplice poesia fatta animazione. Siamo di fronte a una pittura a olio animata in digitale che restituisce l’impressione di un dipinto in movimento.
Arte, fottuta arte.

“Il pacchetto„
Casio Entertainment
6.5 / 6.5 / 6
A bordo di una nave umana un gruppo di Spartans (tra cui il caro John-117) riceve istruzioni da un funzionario dell’intelligence circa la loro missione: una flotta dei Covenant sta trasportando “un pacchetto importante„ che gli Spartans devono riprendersi.
Non c’è molto altro da dire se non che c’è una gran dose di azione. Forse il più “cazzuto” in termini di combattimenti “ignoranti”.

“Origini„
Studio 4°C
8 / 7 / 8
L’intelligenza artificiale Cortana e il Master Chief sono incagliati, dopo gli eventi di Halo 3, sulla nave Forward Unto Dawn. Qui Cortana viene a conoscenza della storia dei Precursori, della prima grande invasione dei Flood e degli Halo.
La seconda parte “delle origini„ segue l’aumento della civilizzazione umana, l’esplorazione e la colonizzazione dell’umanità di altri mondi coincidente con l’espansione dei Covenant. Il resto è storia.

“Le origini„ sono i primi due episodi delle sette storie raccolte e sono un buon modo per il neofita di affacciarsi ed immergersi in questo fantastico universo.

“Ritorno a casa„
Bee Train/Production I.G
7 / 7 / 7.5
Prodotto da Koichi Mashimo, scritto da Hiroyuki Kawasaki e da Koji, diretto da Sawai.
La storia vede protagonista una marine dell’UNSC e la sua squadra alle prese in uno scontro con i Covenant. Nel mezzo, un flashback sulla fuga della marine durante il suo addestramento come Spartan e il suo ritorno a casa.
Episodio intenso che ci rivela i retroscena dell’addestramento da Spartan. E molto altro.

“Prototipo„
Studio Bones
6.5 / 7 / 6.5
In questo episodio faremo la conoscenza del sergente Fantasma, della sua storia e del suo riscatto dalle vicende di un vicino passato che lo tormentano.
Animato da Studio Bones, diretto da Tomoki Kyoda Yasushi Muraki, production designs di Shinji Aramaki.

“Quello dispari fuori„
Toei Animation
6.5 / 6.5 / 7
Scritta e diretta da Daisuke Nishio.

Parodia dell’universo Halo. L’azione si svolge su un pianeta non meglio specificato. 1337 e John-117 sono a bordo di una nave, diretti verso un punto di raccolta, ma 1337 inavvertitamente scivola dalla nave e si ritrova da solo sul pianeta… Beh, da solo no. E’ in ottima compagnia: dinosauri da una parte e un gruppo di strambi ragazzini dall’altra! I Covenant ne approfittano e spediscono sul suolo la loro ultima arma, un guerriero bestiale denominato Pluton. 1337 ed i ragazzi affronteranno Pluton con non poche difficoltà, ma solo dopo l’intervento di mamma la situazione si risolverà.

Come si nota ho dato voti bassi e altalenanti analizzando ogni singolo episodio, ma nel complesso e nella durata totale dimostrano un buon dinamismo, dettato anche dalla scelta temporale d’inserimento di ogni episodio. Quindi nel complesso direi che il prodotto si merita tranquillamente il 7.5.

Edizione DVD e Blu-Ray Disc:

Caratteristiche tecniche
Formato video: 1.85:1 16/9 (1080p HD)
Formato audio: inglese, italiano, tedesco, spagnolo, francese Dolby Digital 5.1
Sottotitoli: inglese, italiano, spagnolo, norvegese, finlandese, danese, portoghese, francese, svedese, cinese, olandese, greco

La Warner propone un’edizione Blu-ray di ottimo livello, che permette di godere appieno dei sette cortometraggi con una notevole qualità dell’immagine e del comparto audio, che sfrutta adeguatamente i canali laterali nelle sequenze di maggiore dinamismo.

Contenuti speciali:
Il making of di Halo Legends
Introduzione ai corti, con dettagli sulla realizzazione delle varie sequenze.
Halo: la storia finora
Frank O’Connor commenta le vicende narrate nella saga di Halo fino alla fine del terzo capitolo.
Commento audio
Il commento ad Halo Legends dei registi Frank O’Connor e Joseph Chou.
Halo: evoluzione del progetto
La presentazione del “fenomeno Halo”, dalla sua nascita come videogioco per X-box fino alla sua evoluzione in franchise multimediale.

In sostanza:
Consigliato a tutti i fan e a chi vuole entrare in punta di piedi nell’universo Halo.

Dal mondo di Halo giungono sette storie, per un totale di otto episodi. Tra azione e sentimenti, avventura e sacrificio, questi racconti consentono di scoprire nuovi dettagli riguardanti la saga, con retroscena e vicende parallele, permettendo al contempo di esplorare dimensioni e punti di vista finora inediti.
Il tutto in una qualità di indubbio valore con punte di eccellenza (vedi sopra) che vi saprà intrattenere e coinvolgere per i suoi 119 minuti di visione.

Voto: 8

Il mondo dei replicanti

Posted in Intorno ai Film by Cape on agosto 17, 2010

In un presente alternativo i progressi nel campo della robotica e dell’ingegneria (grazie ad enormi investimenti in campo militare, come successe per Internet) consentono al 98% della popolazione di vivere tranquillamente da casa la propria vita manovrando il proprio alter ego bionico (chiamato surrogato), collegato al proprio sistema neurale in una sorta di Matrix/Second Life. Anzi, l’analogia più consona è quella con Avatar (ma con i robot al posto dell’indigeno geneticamente modificato) con personaggi (quelli in carne e ossa) che ricordano molto i paffuti e iperconnessi umani di Wall-e. In questo innaturale ma reale mondo di bambole la criminalità è ai minimi storici, le città sono pulite e sicure, tutti sono liberi di dare sfogo ai proprio istinti repressi proprio perché non c’è nessun pericolo per la persona (anche se il robot muore, non succede nulla all’umano collegato) e si può scegliere di cambiare il proprio surrogato così come noi ci cambiamo d’abito. E così un ciccione può diventare una bionda mozzafiato e farsi rimorchiare in discoteca ed un calvo represso/stronzo diventare un prestante giovane di colore. Tutti hanno dei corpi perfetti, sempre giovani e in forma, corpi atletici e potenziati in uno scenario affascinante ma al tempo stesso inquietante: il mondo come una gigantesca casa di Barbie.
Ma quando a minare l’equilibrio di questa nuova società arriva un misterioso aggeggio che riesce ad ammazzare surrogato e umano contemporaneamente, toccherà al nostro amato antieroe rispolverare la mitica canottiera lercia di McClane e risvegliarsi da questo coma autoindotto a furia di scazzottate e inseguimenti, in un’indagine non priva di colpi di scena.
Ancora una volta, ma non è mai a sufficienza, emerge la vera forza della fantascienza, quando porta all’eccesso un tema e diventa speculazione intellettuale su un mondo, magari poco probabile, ma che merita comunque una riflessione. Anche perché, se vogliamo, il contesto narrativo del film è “solo” un passo successivo a quello attuale (e non a caso il film ha il coraggio di ambientarlo non in un indefinito futuro ma in un “altro” presente) dove un numero sempre maggiore di attività si possono svolgere comodamente da casa, mentre una società che cambia e fa paura spinge l’individuo a chiudersi nel proprio castello sempre più arroccato con una finestrella (prima la tv, ora internet) dalla quale affacciarsi e vedere solo quello che si vuole vedere: vi sembra fantascienza questa? C’è poi la paura di vivere e di relazionarsi con il prossimo (emblematica la scena in cui il “vero” Bruce Willis parla con il surrogato della moglie che non vede da anni, nonostante viva nella stanza di fianco) e quel senso di solitudine che paradossalmente affligge sempre di più l’individuo proprio quando i mezzi di comunicazione, come mai in nessun’ altra epoca della storia, abbattono le distanze e, in una sorta di neo/post-umanesimo, l’individuo è al centro di una rete sempre più fitta di connessioni.
Per quanto riguarda gli aspetti più tecnici del film, a sottolineare questo mondo plasticoso e di finzione c’è una fotografia azzeccatissima, fatta di immagini luminose dai colori quasi saturi che esaltano il senso di innaturale, e un design che trovano nelle rappresentazioni degli interni la loro massima espressione; insieme ad un trucco che dà ai surrogati una piacevole sensazione di finto ma non troppo (diciamo come dei modelli da copertina patinata). Purtroppo il film ha la pecca di vestirsi da blockbuster – anche se atipico – e per giunta è distribuito dalla Disney; ma proprio in tale contesto spicca per originalità e il coraggio mostrato nel voler introdurre tematiche attuali e di spessore in un’opera tutto sommato commerciale.

The road

Posted in Intorno ai Film by Cape on agosto 11, 2010

Cominciamo con una precisazione: The Road non è un film di fantascienza (quantomeno non nell’accezione comune), ma è un film drammatico, molto drammatico. Lo dico perché le reazioni di quasi tutti i miei amici al cinema non sono state delle migliori, e non perché il film non sia piaciuto, ma perché non avevano ben chiaro cosa stavano andando a vedere. The Road, infatti, è una sassata fatta di immagini e dialoghi che sono dei veri pugni nello stomaco per un pubblico abituato a storie confortanti dove i protagonisti al massimo affrontano situazioni alla loro portata, mentre qui un uomo è chiamato al più estremo dei gesti che si può chiedere ad un padre. E’ una storia universale di amore tra un padre e un figlio, dove il primo si sforza di insegnare al secondo tutto quello che può, consapevole del fatto che non sarà al suo fianco in eterno e l’unico vero aiuto che può offrigli è prepararlo ad affrontare una vita fatta di stenti e decisioni difficili. Il figlio, da parte sua, deve filtrare gli insegnamenti del padre con la sua sensibilità ed apprendere, sempre con scelte sofferte, la differenza tra bene e male: la strada, il viaggio come metafora della vita, della crescita in un mondo ostile. A sottolineare il carattere universale della storia c’è un paesaggio che, oltre ad essere desolato e grigio, appare assolutamente anonimo e irriconoscibile, fatto salvo per una bandiera americana lacerata appesa ad un edificio, quasi lasciata lì a rimarcare ancora una volta la devastazione del territorio, ma anche della cività così faticosamente costruita attorno ad un simbolo; i personaggi non hanno nomi e neppure la vicenda riesce a contestualizzare gli avvenimenti: sappiamo che ad un certo momento l’umanità (nel senso di genere umano, ma soprattutto come bagaglio di esperienze e conquiste sociali e culturali) si è quasi estinta a seguito di un avvenimento volutamente non precisato, perché ininfluente ai fini della storia. Su questo vorrei spendere due parole: in un film, così come in un romanzo, racconto, fumetto etc, lo spettatore/lettore non deve essere necessariamente onnisciente, ma sta all’autore dare i dettagli nella forma e misura necessarie all’interpretazione dell’opera. In questo caso non sapere cosa sia successo non è un buco di sceneggiatura, perché semplicemente è un’informazione superflua, dato che il film non vuole essere un film d’azione, o di speculazione su una condizione plausibile/futuribile, dove quindi è necessario sapere il perché si è arrivati a quella situazione.
Per calarci in questo mondo disperato c’è una fotografia grigia e desaturata dove persino un arcobaleno è triste e scolorito. Forse il punto debole del film è il montaggio, che più di una volta mi ha lasciato basito con sequenze interrotte come per un cambio scena e invece inspiegabilmente riprese per qualche altro “inutile” secondo; ma forse la pecca maggiore è quella di non aver reso il giusto senso di solitudine – magari in sala non tutti l’avrebbero apprezzato, ma il prodotto finale ne avrebbe giovato.
In conclusione, un film duro e spietato, eppure così umano e commovente; come ha dichiarato il protagonista Viggo Mortensen:

“Il fuoco, la torcia dell’umanità, di quello che significa davvero essere umani, alla fine è abbracciata dal figlio, mentre il padre, inconsciamente, se ne discosta. Adoro il finale, perché, come padre, posso dire che le cose stanno esattamente così. Mio figlio, spesso, si lamenta di come io gli abbia dato degli insegnamenti che qualche volta non seguo. È così che i giovani diventano i nostri maestri. Ad un certo punto i nostri figli ci guardano negli occhi e ci dicono che ci stiamo sbagliando. Alla fine è il ragazzo a trasformarsi nell’uomo della storia, moralmente responsabile per tutti. Anche per suo padre.[…] The Road si domanda cosa significa essere umani e mette in dubbio che la mera sopravvivenza fisica equivalga ad una vita degna di essere vissuta. Uccidere per sopravvivere ha un senso? Senza poter esprimere la nostra umanità, noi non siamo altro che degli automi e, nel peggiore dei casi, degli zombie.“

 

The box

Posted in Intorno ai Film by Cape on agosto 2, 2010

E’ molto difficile parlare di questo film senza spoilerare, perché gran parte del fascino deriva da piccoli dettagli e situazioni particolari che invitano alla riflessione e che sicuramente saranno oggetto di discussione quando, con gli amici, uscirete dalla sala. :)
Chi di voi ha visto Donnie Darko o Southland Tales (questo l’abbiamo visto veramente in due) sa cosa intendo, perché il regista Richard Kelly, nonostante la giovane età, ha dimostrato fin dal suo esordio un talento e una visionarietà fuori dal comune, forse anche troppo visto che le sue opere possono risultare eccessivamente cervellotiche e filosofiche, quasi astratte e fini a sé stesse. Ma veniamo a The Box. Il soggetto è tratto da un racconto di Richard Matheson (uno scrittore da conoscere assolutamente) che, in dieci paginette, riesce a disegnare un quadro essenziale, senza fronzoli, ma molto affascinante. Per chi non lo sapesse, il racconto tratta di un uomo che consegna una scatola con un pulsante ad una coppia dicendo loro che, se avessero premuto il pulsante, una persona a loro sconosciuta sarebbe morta e loro avrebbero ricevuto un milione di dollari. Nella trasposizione cinematografica la storia inevitabilmente si complica parecchio aggiungendo cospirazioni dei servizi segreti, manipolazione e controllo e… E non posso continuare per non svelare nulla. Anche il messaggio (o forse sarebbe meglio parlare di chiave di lettura) del film si distacca da quella del racconto, che verte principalmente sul concetto di “cosa vuol dire esattamente conoscere una persona”, per abbracciarne uno di più ampio respiro legato all’egoismo dell’uomo.
La messinscena è molto curata e ci cala con convinzione nel 1976, dove una famiglia come tante altre si ritrova a dover compiere una scelta improbabile quanto difficile moralmente e ad affrontarne le conseguenze. Tutto ci riporta agli anni ‘70, dalla fotografia sbiadita/giallastra con i colori desaturati alle acconciature, dagli apparecchi tecnologici ai costumi, in un revival che tocca non solo gli aspetti scenografici ma anche quelli di regia e montaggio, come ad esempio il ricorso allo zoom invece della carrellata (per fortuna limitato a poche inquadrature, perché è un effetto che veramente detesto in quanto rompe l’illusione con un effetto ottico irreale – l’occhio umano non può zoomare!).
Il ritmo è incalzante e ben dosato e, pian piano che il thriller si definisce, c’è un senso di inquietudine e ansia che cresce di pari passo. Questo, probabilmente, è sia l’elemento più riuscito, che conferisce una marcia diversa a questo film, sia la cosa che la gente si aspettava di meno, a giudicare dal mormorio in sala; ma la vera peculiarità, che è il tratto distintivo di Kelly, è quella di richiedere un livello costantemente alto di attenzione a causa di numerosi particolari e situazioni enigmatiche (ad esempio la vecchia che fissa il protagonista) quasi mai spiegate (in barba alle didascaliche sceneggiature tanto in voga recentemente – qualcuno ha detto Prince of Persia?). Con intelligenza l’autore mescola le suggestioni tipiche della fantascienza classica con riflessioni sull’aldilà, la morale e il libero arbitrio, citando Sartre e mostrando (quasi sfoggiandola) una grande cultura, cinematografica e non solo. In conclusione un film molto interessante, che forse ha il limite (o il pregio?) di non chiarire esattamente se per il regista sia più importante la forma o il contenuto, cioè: tutti quei dettagli hanno un peso nel messaggio finale o – metaforicamente – la scatola è vuota e quello che conta è l’ammaliante rappresentazione di essa? Il solo fatto di instillare tanti e tali interrogativi rappresenta motivo di stima.