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The box

Posted in Intorno ai Film by Cape on agosto 2, 2010

E’ molto difficile parlare di questo film senza spoilerare, perché gran parte del fascino deriva da piccoli dettagli e situazioni particolari che invitano alla riflessione e che sicuramente saranno oggetto di discussione quando, con gli amici, uscirete dalla sala. :)
Chi di voi ha visto Donnie Darko o Southland Tales (questo l’abbiamo visto veramente in due) sa cosa intendo, perché il regista Richard Kelly, nonostante la giovane età, ha dimostrato fin dal suo esordio un talento e una visionarietà fuori dal comune, forse anche troppo visto che le sue opere possono risultare eccessivamente cervellotiche e filosofiche, quasi astratte e fini a sé stesse. Ma veniamo a The Box. Il soggetto è tratto da un racconto di Richard Matheson (uno scrittore da conoscere assolutamente) che, in dieci paginette, riesce a disegnare un quadro essenziale, senza fronzoli, ma molto affascinante. Per chi non lo sapesse, il racconto tratta di un uomo che consegna una scatola con un pulsante ad una coppia dicendo loro che, se avessero premuto il pulsante, una persona a loro sconosciuta sarebbe morta e loro avrebbero ricevuto un milione di dollari. Nella trasposizione cinematografica la storia inevitabilmente si complica parecchio aggiungendo cospirazioni dei servizi segreti, manipolazione e controllo e… E non posso continuare per non svelare nulla. Anche il messaggio (o forse sarebbe meglio parlare di chiave di lettura) del film si distacca da quella del racconto, che verte principalmente sul concetto di “cosa vuol dire esattamente conoscere una persona”, per abbracciarne uno di più ampio respiro legato all’egoismo dell’uomo.
La messinscena è molto curata e ci cala con convinzione nel 1976, dove una famiglia come tante altre si ritrova a dover compiere una scelta improbabile quanto difficile moralmente e ad affrontarne le conseguenze. Tutto ci riporta agli anni ‘70, dalla fotografia sbiadita/giallastra con i colori desaturati alle acconciature, dagli apparecchi tecnologici ai costumi, in un revival che tocca non solo gli aspetti scenografici ma anche quelli di regia e montaggio, come ad esempio il ricorso allo zoom invece della carrellata (per fortuna limitato a poche inquadrature, perché è un effetto che veramente detesto in quanto rompe l’illusione con un effetto ottico irreale – l’occhio umano non può zoomare!).
Il ritmo è incalzante e ben dosato e, pian piano che il thriller si definisce, c’è un senso di inquietudine e ansia che cresce di pari passo. Questo, probabilmente, è sia l’elemento più riuscito, che conferisce una marcia diversa a questo film, sia la cosa che la gente si aspettava di meno, a giudicare dal mormorio in sala; ma la vera peculiarità, che è il tratto distintivo di Kelly, è quella di richiedere un livello costantemente alto di attenzione a causa di numerosi particolari e situazioni enigmatiche (ad esempio la vecchia che fissa il protagonista) quasi mai spiegate (in barba alle didascaliche sceneggiature tanto in voga recentemente – qualcuno ha detto Prince of Persia?). Con intelligenza l’autore mescola le suggestioni tipiche della fantascienza classica con riflessioni sull’aldilà, la morale e il libero arbitrio, citando Sartre e mostrando (quasi sfoggiandola) una grande cultura, cinematografica e non solo. In conclusione un film molto interessante, che forse ha il limite (o il pregio?) di non chiarire esattamente se per il regista sia più importante la forma o il contenuto, cioè: tutti quei dettagli hanno un peso nel messaggio finale o – metaforicamente – la scatola è vuota e quello che conta è l’ammaliante rappresentazione di essa? Il solo fatto di instillare tanti e tali interrogativi rappresenta motivo di stima.

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