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The road

Posted in Intorno ai Film by Cape on agosto 11, 2010

Cominciamo con una precisazione: The Road non è un film di fantascienza (quantomeno non nell’accezione comune), ma è un film drammatico, molto drammatico. Lo dico perché le reazioni di quasi tutti i miei amici al cinema non sono state delle migliori, e non perché il film non sia piaciuto, ma perché non avevano ben chiaro cosa stavano andando a vedere. The Road, infatti, è una sassata fatta di immagini e dialoghi che sono dei veri pugni nello stomaco per un pubblico abituato a storie confortanti dove i protagonisti al massimo affrontano situazioni alla loro portata, mentre qui un uomo è chiamato al più estremo dei gesti che si può chiedere ad un padre. E’ una storia universale di amore tra un padre e un figlio, dove il primo si sforza di insegnare al secondo tutto quello che può, consapevole del fatto che non sarà al suo fianco in eterno e l’unico vero aiuto che può offrigli è prepararlo ad affrontare una vita fatta di stenti e decisioni difficili. Il figlio, da parte sua, deve filtrare gli insegnamenti del padre con la sua sensibilità ed apprendere, sempre con scelte sofferte, la differenza tra bene e male: la strada, il viaggio come metafora della vita, della crescita in un mondo ostile. A sottolineare il carattere universale della storia c’è un paesaggio che, oltre ad essere desolato e grigio, appare assolutamente anonimo e irriconoscibile, fatto salvo per una bandiera americana lacerata appesa ad un edificio, quasi lasciata lì a rimarcare ancora una volta la devastazione del territorio, ma anche della cività così faticosamente costruita attorno ad un simbolo; i personaggi non hanno nomi e neppure la vicenda riesce a contestualizzare gli avvenimenti: sappiamo che ad un certo momento l’umanità (nel senso di genere umano, ma soprattutto come bagaglio di esperienze e conquiste sociali e culturali) si è quasi estinta a seguito di un avvenimento volutamente non precisato, perché ininfluente ai fini della storia. Su questo vorrei spendere due parole: in un film, così come in un romanzo, racconto, fumetto etc, lo spettatore/lettore non deve essere necessariamente onnisciente, ma sta all’autore dare i dettagli nella forma e misura necessarie all’interpretazione dell’opera. In questo caso non sapere cosa sia successo non è un buco di sceneggiatura, perché semplicemente è un’informazione superflua, dato che il film non vuole essere un film d’azione, o di speculazione su una condizione plausibile/futuribile, dove quindi è necessario sapere il perché si è arrivati a quella situazione.
Per calarci in questo mondo disperato c’è una fotografia grigia e desaturata dove persino un arcobaleno è triste e scolorito. Forse il punto debole del film è il montaggio, che più di una volta mi ha lasciato basito con sequenze interrotte come per un cambio scena e invece inspiegabilmente riprese per qualche altro “inutile” secondo; ma forse la pecca maggiore è quella di non aver reso il giusto senso di solitudine – magari in sala non tutti l’avrebbero apprezzato, ma il prodotto finale ne avrebbe giovato.
In conclusione, un film duro e spietato, eppure così umano e commovente; come ha dichiarato il protagonista Viggo Mortensen:

“Il fuoco, la torcia dell’umanità, di quello che significa davvero essere umani, alla fine è abbracciata dal figlio, mentre il padre, inconsciamente, se ne discosta. Adoro il finale, perché, come padre, posso dire che le cose stanno esattamente così. Mio figlio, spesso, si lamenta di come io gli abbia dato degli insegnamenti che qualche volta non seguo. È così che i giovani diventano i nostri maestri. Ad un certo punto i nostri figli ci guardano negli occhi e ci dicono che ci stiamo sbagliando. Alla fine è il ragazzo a trasformarsi nell’uomo della storia, moralmente responsabile per tutti. Anche per suo padre.[…] The Road si domanda cosa significa essere umani e mette in dubbio che la mera sopravvivenza fisica equivalga ad una vita degna di essere vissuta. Uccidere per sopravvivere ha un senso? Senza poter esprimere la nostra umanità, noi non siamo altro che degli automi e, nel peggiore dei casi, degli zombie.“

 

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