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Il mondo dei replicanti

Posted in Intorno ai Film by Cape on agosto 17, 2010

In un presente alternativo i progressi nel campo della robotica e dell’ingegneria (grazie ad enormi investimenti in campo militare, come successe per Internet) consentono al 98% della popolazione di vivere tranquillamente da casa la propria vita manovrando il proprio alter ego bionico (chiamato surrogato), collegato al proprio sistema neurale in una sorta di Matrix/Second Life. Anzi, l’analogia più consona è quella con Avatar (ma con i robot al posto dell’indigeno geneticamente modificato) con personaggi (quelli in carne e ossa) che ricordano molto i paffuti e iperconnessi umani di Wall-e. In questo innaturale ma reale mondo di bambole la criminalità è ai minimi storici, le città sono pulite e sicure, tutti sono liberi di dare sfogo ai proprio istinti repressi proprio perché non c’è nessun pericolo per la persona (anche se il robot muore, non succede nulla all’umano collegato) e si può scegliere di cambiare il proprio surrogato così come noi ci cambiamo d’abito. E così un ciccione può diventare una bionda mozzafiato e farsi rimorchiare in discoteca ed un calvo represso/stronzo diventare un prestante giovane di colore. Tutti hanno dei corpi perfetti, sempre giovani e in forma, corpi atletici e potenziati in uno scenario affascinante ma al tempo stesso inquietante: il mondo come una gigantesca casa di Barbie.
Ma quando a minare l’equilibrio di questa nuova società arriva un misterioso aggeggio che riesce ad ammazzare surrogato e umano contemporaneamente, toccherà al nostro amato antieroe rispolverare la mitica canottiera lercia di McClane e risvegliarsi da questo coma autoindotto a furia di scazzottate e inseguimenti, in un’indagine non priva di colpi di scena.
Ancora una volta, ma non è mai a sufficienza, emerge la vera forza della fantascienza, quando porta all’eccesso un tema e diventa speculazione intellettuale su un mondo, magari poco probabile, ma che merita comunque una riflessione. Anche perché, se vogliamo, il contesto narrativo del film è “solo” un passo successivo a quello attuale (e non a caso il film ha il coraggio di ambientarlo non in un indefinito futuro ma in un “altro” presente) dove un numero sempre maggiore di attività si possono svolgere comodamente da casa, mentre una società che cambia e fa paura spinge l’individuo a chiudersi nel proprio castello sempre più arroccato con una finestrella (prima la tv, ora internet) dalla quale affacciarsi e vedere solo quello che si vuole vedere: vi sembra fantascienza questa? C’è poi la paura di vivere e di relazionarsi con il prossimo (emblematica la scena in cui il “vero” Bruce Willis parla con il surrogato della moglie che non vede da anni, nonostante viva nella stanza di fianco) e quel senso di solitudine che paradossalmente affligge sempre di più l’individuo proprio quando i mezzi di comunicazione, come mai in nessun’ altra epoca della storia, abbattono le distanze e, in una sorta di neo/post-umanesimo, l’individuo è al centro di una rete sempre più fitta di connessioni.
Per quanto riguarda gli aspetti più tecnici del film, a sottolineare questo mondo plasticoso e di finzione c’è una fotografia azzeccatissima, fatta di immagini luminose dai colori quasi saturi che esaltano il senso di innaturale, e un design che trovano nelle rappresentazioni degli interni la loro massima espressione; insieme ad un trucco che dà ai surrogati una piacevole sensazione di finto ma non troppo (diciamo come dei modelli da copertina patinata). Purtroppo il film ha la pecca di vestirsi da blockbuster – anche se atipico – e per giunta è distribuito dalla Disney; ma proprio in tale contesto spicca per originalità e il coraggio mostrato nel voler introdurre tematiche attuali e di spessore in un’opera tutto sommato commerciale.

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