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Innocenti bugie

Posted in Intorno ai Film by Cape on ottobre 18, 2010

Mission: Impossible in salsa comedy: è questo il nuovo film con la bella coppia Cruise/Diaz che torna insieme dopo Vanilla Sky. In realtà, più che Mission: Impossible, il vero riferimento è True Lies (rievocato anche nella traduzione italiana del titolo) con un risultato finale che però non è minimamente paragonabile; anche in Innocenti bugie ironia e azione la fanno da padrone, ma qui non c’è né la maestria di Cameron, né uno script di quella portata, quindi Mingold (Ragazze interrotte) punta tutto sull’azione “ignorante” e sulle due star. Infatti, non c’è inquadratura, per quanto frenetica che non riprenda Cruise (un po’ faccia di plastica che gioca a parodiare il sé stesso Ethan di Mission: Impossible) o una splendida e ormai matura Cameron Diaz. Come dicevo, azione e ironia sono le colonne portanti del film, purtroppo non perfettamente dosate: l’azione è volutamente sopra le righe, esagerata e senza nessuna pretesa di verosimiglianza, risultando ironica e parodistica, senza però riuscire ad essere quasi mai divertente; questa scelta, d’altronde, si paga in termini di tensione che risulta completamente azzerata. L’ironia e la voglia di giocare con il genere, inoltre, non giovano alla storia d’amore tra i due protagonisti, troppo presa lei ad urlare, scappare e farsi narcotizzare da perfetta oca e troppo concentrato lui ad ammazzare gente e sparare sul tetto di auto in corsa, attento a non spettinarsi.
Non c’è molto altro da dire se non che, al di la di queste pecche, il film risulta piacevole e spaccone, al contrario dell’altro modello, quel Mr. & Mrs. Smith, eccessivamente patinato e autoreferenziale.

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2010/09/26 – Inception

Posted in Intorno ai Film by Marcello on ottobre 18, 2010

marcè | Devo essere sincero, mi aspettavo forse qualcosa di più a livello visivo, ma devo essere altrettanto sincero dicendo che mi aspettavo qualcosa di meno a livello di sceneggiatura. Adesso qualcuno, che scrive più sotto per esempio, mi tirerà un anatema di propozioni gigantesche, ma ormai l’ho detto e non ci posso fare più niente.
Non voglio togliere niente ai film di Nolan che hanno preceduto questo, ovviamente, però le mie aspettative rispetto alla trama di questo film erano molto moderate, probabilmente perché non mi aspettavo di trovare di nuovo un film di alto livello da questo punto di vista dopo aver visto Il Cavaliere Oscuro, o Memento. Mi aspettavo al contrario di vedere un film molto più macchinoso, molto più complicato da districare, invece il risultato che ho avuto davanti è stato di un film complesso per le tante cose che dice e entusiasmante per le domande che ti pone, al suo termine.
E ovviamente non mi riferisco solo all’enigma della trottola.

Una nota a margine riguardo la serata.
Con questo film abbiamo fatto un altro piccolo record di prenotazioni, con ben 18 biglietti  ritirati alle casse mezz’ora prima del film. Mi è spiaciuto molto di due cose: aver scazzato gli orari, ed esserci preclusi un panino al pub insieme, e che un gruppo sia stato spostato più a lato. Comunque sono contento che siamo stati così tanti, spero che la cosa si riverifichi!
Lode al Pollo Gigante.

cape | Maestoso e possente, intricato e appassionante, onirico e lucido, ambizioso e personale. Questo è l’ultimo lavoro di un autore che, a soli 40 anni e al di là dei paragoni che qualcuno fa con Kubrick e Hitchcock, ha già all’attivo sei successi di critica e pubblico e zero flop!
Dopo l’exploit dei suoi Batman, Nolan può strappare alla Warner un accordo che gli consente carta bianca su un progetto a cui lavorava da dieci anni e potenzialmente rischioso dal punto di vista commerciale: il budget è elevato, le location sono sparse per mezzo mondo e gli attori sono di primo livello per uno script complesso e cervellotico (è proprio il caso di dirlo!). Ma la major, pur di tenersi buono il suo pupillo, accetta e, abbastanza inaspettatamente, il film sbanca; merito della fama che il regista si è costruito e del passaparola più che positivo sin dalle prime proiezioni.
L’involucro è quello di un blockbuster di respiro internazionale ma qui il cervello bisogna accenderlo per stare dietro ad una sceneggiatura (questa volta non esattamente all’altezza dei precedenti lavori) che, nonostante tenda ad essere didascalica (forse per paura di essere troppo ingarbugliata), richiede comunque che qualche neurone sposti l’attenzione dai pop-corn e si concentri sull’orgia visiva e sonora. Gli effetti sonori sono infatti sbalorditivi, con un uso dei bassi esaltante e funzionale specie nei momenti in cui “la realtà” si sfalda e sentiamo quasi la poltrona vibrare (se siete nel Cinema, leggi Arcadia)! Inoltre la colonna sonora, ancora una volta affidata a Zimmer che aveva curato i due precedenti Batman, è solenne e forse eccessiva ma sicuramente di grande fascino.
La storia è quella di un particolare ladro (un sempre bravissimo DiCaprio) capace di entrare nei sogni delle sue vittime per prelevare le idee dal subconscio, l’ultima frontiera in fatto di spionaggio industriale; le cose si complicano quando un nuovo committente gli chiede di fare l’operazione inversa, cioè innestare nella mente della vittima un’idea in modo tale che sembri sua. Parte così, come il più classico dei film su un “grande colpo”, l’arruolamento dei vari membri della squadra a seconda delle caratteristiche richieste per l’operazione. Ben presto però l’azione (tanta, tanta azione) si sposta attraverso livelli via via più profondi del subconscio dove il sogno si confonde con la realtà (fortissimo l’eco di Philip Dick), ma a sua volta la realtà diventa proiezione delle paure, angosce e aspirazioni della personalità dei protagonisti in un processo che porta l’individuo da passivo spettatore di ciò che lo circonda ad attivo “creatore” (un salto degno di un Dick sotto benzodiazepine che sogna se stesso strafatto di acido!).
Con questi presupposti ci si aspetterebbe effetti speciali a profusione con un massiccio uso di blu screen, ed invece gli effetti sono centellinati e mai esagerati, la spettacolarità delle immagini non è mai fine a se stessa e l’utilizzo di set reali contribuisce a creare quel contrasto tra realtà oggettiva (se esiste davvero!) e realtà soggettiva. In un’intervista Nolan ha affermato:

“Ovviamente, dieci anni fa questa storia sarebbe sembrata aliena a buona parte del pubblico, ma nel frattempo, grazie a realtà come i videogiochi e i menu dell’iPod, è decisamente più comprensibile”.

E io aggiungerei anche un grazie a Matrix, che è forse il film che più ricorda sotto vari punti di vista; ma c’è anche Dark CityAtto di forzaNightmare (l’infatti l’idea iniziale di Nolan era orientata più verso l’horror) e persino 2001 (senza considerare le tutte le ambientazioni di Call of Duty “prese in prestito”). Ma nonostante queste continue citazioni, l’opera risulta estremamente solida e con un’indubbia originalità stilistica. L’unica critica che mi sento di condividere è quella di una certa freddezza del cinema di Nolan, sempre troppo concentrato sulla narrazione dei fatti da dimenticarsi di instaurare quell’empatia tra personaggi e spettatore che fa emozionare e gridare al capolavoro. Quello che emoziona, ma mi rendo conto che non può bastare, è una regia solenne e matura, formale ed austera eppure originale ed avvincente, capace di creare mondi fantastici ma non per questo irreali. Non saranno capolavori ma …ad avercene di film così!

L’ultimo dominatore dell’Aria

Posted in Intorno ai Film by redblackdevil on ottobre 13, 2010

A quarant’anni un regista può aver finito la sua ispirazione e magia? Probabilmente sì.
Undici anni fa usciva un thriller incredibile che ha consegnato a pubblico e critica un fantastico regista dalle grandi aspettative. Il film era “Il sesto senso” e il regista M. Night Shyamalan, forse troppo prematuramente paragonato al “Re Mida” Spielberg, in un decennio si è purtroppo bruciato critica e pubblico. Un declino iniziato proprio dopo “Il sesto senso” e l’ottimo “Unbreakable” partendo dai deludenti “Signs” e “Lady in the water”,  passando per gli inguardabili “E venne il giorno” e “The village” finendo sotto terra con questo “L’ultimo dominatore dell’Aria”. Se pensavo che con “E venne il giorno” avesse raschiato il fondo, mi sbagliavo di grosso; infatti Shyamalan è riuscito a far di peggio e con quest’ultima e faticosa opera si scava la fossa da solo. Due anni fa la Universal annunciò l’adattamento del cartone animato tratto da una serie di romanzi, “Avatar: The Last Airbender”, comunicando che il regista sarebbe stato Shyamalan e che si sarebbe trattato di una trilogia.
La notizia porta involontariamente con sè una domanda: ma che cazzo c’entra ‘sto regista con un film per famiglie? Bene dopo la visione del film la risposta è: un assolutissimo niente, se non fosse che dalla rete ho appreso, sempre che sia vero, che il regista sia stato spinto dalla figlioletta ad accettare di girare questo adattamento, scrivendone anche la sceneggiatura.
Ora mi sovviene un’altra domanda: ma alla figlia sarà piaciuto? Secondo me NO!
La pellicola è sbagliata sotto ogni punto di vista, ancor di più se fruita in un inesistente e inutile 3D.
Se leggete queste righe prima di vedere il film: vi prego non regalate soldi con la visione in 3D, se vi dovete far del male fatevelo in 2D! La pellicola è mostruosamente noiosa, completamente senza pathos, senza tensione, lenta e ridondante. I primi 60’ minuti, sui 103 totali, sono infiniti, buttano sul fuoco tanta carne che viene cotta lentamente e male. Non vi è un minimo di ritmo e molto spesso le scene paiono slegate e montate male; in più di un’occasione mi è parso come se mancassero dei pezzi tanto da non giustificare l’evolversi della situazione o il comportamento dei protagonisti. Ad esempio all’inizio del film non viene spiegato come il paese del fuoco sia riuscito a sottomettere due paesi ed annientarne un terzo rendendo l’evoluzione della vicenda solo sconclusionata e assurda. Sinceramente me ne dispiaccio poiché il titolo aveva tutte le carte in regola per divenire un piccolo kolossal o quantomeno un po’ epico.
Shyamalan come dicevamo è anche sceneggiatore e in quanto tale si deve fare due volte l’esame di coscienza, anche tre volte se si pensa che ha accettato di riconvertire la pellicola in 3D per lucrare sui biglietti… forse aveva intuito che faceva così pena e ha voluto provare a tamponare le possibili perdite? L’esame di coscienza non è tanto per la conversione, ma per l’inesiste conversione. In più punti ho alzato gli occhialini e non vi ho trovato differenza, assenza completa di profondità: inutilizzo totale degli occhialini. Anche in quelle rare e sporadiche occasioni, dove gli occhialini servivano, l’impressione della terza dimensione era nulla tanto da domandarmi: 1) perché indosso gli occhialini? 2) perché abbiamo scelto il 3D? 3) ma Shyamalan ha visto Avatar? Sa cos’è la stereoscopia?
Della pellicola vanno salvati i buoni effetti speciali e le meravigliose scenografie. I primi indubbiamente ben realizzati, estremamente complessa la riproduzione del fuoco e dell’acqua in un contesto magico, maestosa e sublime l’onda sul finale di film accompagnata da un paesaggio meraviglioso. Le seconde di incredibile bellezza e spettacolarità.
Dopo aver indorato un po’ la pillola continuiamo verso il fondo della fossa, perché di certo effetti speciali e scenografie non possono salvare una pellicola, ma forse la prestazione degli attori sì… Ma ahi noi non è così, difatti “L’ultimo dominatore dell’Aria” non può contare nemmeno sulla bravura dei protagonisti, non perché praticamente sconosciuti o privi di esperienza, ma perché diretti malamente.
Noah Ring (l’Avatar Aang), se non fosse che fino lo scorso anno non aveva mai visto un set cinematografico, non sarebbe nemmeno scusabile per la prestazione offerta. Pare spesso spaesato o con l’impressione di essere lasciato a sé stesso, nemmeno supportato dai due inseparabili compagni di viaggio Nicola Peltz e Jackson Rathbone (Katara e Sokka) che sembrano messi lì quasi a caso. In questo marasma generale affonda anche il buon, se paragonato agli altri, Dev Patel, esploso con “The Millionaire”, perso qui senza appello in un ruolo piatto e stereotipato.
In sostanza ci troviamo di fronte ad un opera con seri problemi di sceneggiatura e regia: la prima prevedibile e monotona. La seconda confusionaria e senza spunti creativi, con una recitazione quasi sempre inappropriata per un film e forse anche per una telenovela.
Shyamalan è già confermato per i due capitoli successivi per cui io alzo la voce e faccio un appello:
SALVATECI, EVITATE CHE SHYAMALAN CI STRAZI GLI OCCHI CON ALTRI DUE CAPITOLI. VI SUPPLICO!!

Batman cinecomics [seconda parte]

Posted in Divagazioni, Intorno ai Film by redblackdevil on settembre 23, 2010

Prosegue la carrellata cominciata nella prima parte dell’articolo dove avevamo lasciato il nostro eroe avvilito e distrutto da quel coso inguardabile chiamato Batman & Robin. Ci sono voluti otto anni per digerire quel boccone amaro e arriviamo finalmente al 2005, l’anno della grande rinascita dell’uomo pipistrello ad opera di uno dei più bravi registi del panorama della settima arte.

Batman Begins è il quinto film dedicato al celebre supereroe ideato da Bob Kane. In molti si saranno posti la mia stessa domanda: “Di nuovo un film su Batman? Perché farne un altro?”
Beh, Batman Begins ha saputo rispondere in maniera molto esaustiva raccontando, in maniera a dir poco pregevole, una parte nuova della storia di Bruce Wayne, ovvero la sua nascita.
La sceneggiatura, scritta a quattro mani dal regista e da David Goyer (abile scrittore ma pessimo regista, vedi la trilogia di Blade) parte proprio dall’infanzia di Bruce (interpretato ottimamente da Christian Bale) raccontando i due avvenimenti fondamentali per la genesi dell’eroe: la caduta in un pozzo pieno di pipistrelli e l’omicidio dei suoi genitori.
Questi due eventi, strettamente legati tra loro, porteranno Bruce a vivere sempre in preda al rancore e al senso di colpa, finché, diventato adulto, non deciderà di andare in giro per il mondo per imparare come combattere l’ingiustizia.
Giunto nel Buthan, Bruce incontrerà un maestro di arti marziali miste a dottrine filosofiche (Liam Neeson), che gli insegnerà a carpire la mentalità criminale per combatterla.
Tornato a Gotham City e constatato il degrado della città, darà forma e sostanza alla sua maturazione con l’aiuto del fedele maggiordomo Alfred (Michael Caine) e dello scienziato Lucius Fox (Morgan Freeman).
Nolan prende la sua strada ed il taglio con il passato è netto ma necessario, nonché salutare: Gotham City non è né dark né pop ma fascinosamente realistica; l’uso massiccio di soggettive e semisoggettive, soprattutto nei momenti di maggior azione, segna uno stile nuovo nel modo di raccontare i supereroi, non più lontane icone impalpabili ma personaggi con i quali immedesimarsi. Se si considera inoltre che Batman è un “semplice” umano senza superpoteri, tale scelta si colloca perfettamente all’interno di un più ampio impianto formale.
Emozionante la scena in cui Bruce “fa il bagno di pipistrelli”: chiaro come il regista abbia voluto simboleggiare l’unione indissolubile dell’uomo con la sua maschera. E tutti gli altri simboli e i richiami alla filosofia? Grazie ad essi ci vengono spiegate molte delle particolarità di questo eroe senza super poteri: da dove arrivano gli apparecchi di alta tecnologia che usa, la Bat-mobile, il costume, il mantello e soprattutto le motivazioni che lo spingono a scegliere di combattere la criminalità sotto mentite spoglie.
La psicologia e la caratterizzazione del personaggio di Bruce Wayne sono scandagliate fin nei minimi particolari. Il regista ci presenta il vero Batman: non un eroe senza macchia, ma un uomo che cerca di indirizzare i propri difetti verso il bene.
Nella pellicola si fa spesso riferimento a concetti quali la paura – filo conduttore del film – il rimorso, la collera e la volontà, tutte cose che fanno muovere il mondo e alle quali sono legati tutti i personaggi. Un cast che è riuscito ad esprimersi in maniera incredibile, in cui compaiono anche Gary Oldman, nel ruolo del detective Jim Gordon, e Katie Holmes, che interpreta l’unico personaggio non presente nei fumetti, Rachel Dawes, amica di infanzia di Bruce.

E finalmente arriviamo al 2008: epico, sontuoso, ambizioso, coraggioso, rischioso, disperato, violento, profumato di Oscar e venato di leggenda: arriva Il Cavaliere Oscuro, firmato ancora da Christopher Nolan.
La pellicola entra di diritto nella storia della settima arte: Nolan realizza il miglior Batman di sempre, il miglior film dell’anno e l’esempio perfetto di come si possa fare un blockbuster d’autore, riuscendo ad accontentare gli amanti di diversi generi.
Frasi emblematiche come “Alcuni uomini vogliono solo bruciare il mondo” e “O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare cattivo” raccolgono l’essenza, la filosofia, la magia di questo nuovo episodio delle gesta dell’eroe Umano Batman.
Ancora una volta Nolan fa scelte azzardate che lo ripagano in pieno come la decisione di improntare sulla figura di Joker tutta l’opera, intento chiaro fin dal meraviglioso prologo della rapina. Joker rappresenta essenzialmente un aspetto molto affascinante della paura: il caos. La carta da gioco, nonché lo stesso personaggio, portano scompiglio all’interno dell’ordine e delle regole.
Nolan rispetto a Burton, che portò sullo schermo un Joker ironico e dandy, con uno splendido Nicholson protagonista, cambia rotta e, complice un Heath Ledger superbo, ci regala una nuova icona al pari di Jack Torrence di Shining. Ledger infatti fa semplicemente paura: trucco sbavato, denti gialli, risata stridula, vestiti e capelli luridi, la lingua incapace di star ferma, l’andatura barcollante e quelle cicatrici sempre visibili ben in primo piano che non smettono mai di farlo ridere. Un joker punk, fottutamente masochista e schizofrenico, incapace di uccidere Batman perché i due si completano. Nolan non ci dona un criminale, ma semplicemente un pazzo, perché ”alcuni uomini non cercano cose logiche, come il denaro. Non possono essere comprati, comandati o contrattati. Alcuni uomini vogliono solo vedere bruciare il mondo…”: un puro delirio di onnipotenza mista a perversione trasuda la scena in cui Joker dà fuoco alla montagna di banconote.
Ledger, prima di lasciarci, ci ha donato “IL CATTIVO”: quando c’è lui sullo schermo i toni si alzano e Batman, scusatemi, è poco più che una comparsa. Mistico nella scena della matita, geniale dove si traveste da infermiera, esaltante nel discorso che rende Harvey Dent Two Face.
La genesi del Due Facce è perfetta: prima baluardo dell’ordine, di lealtà e giustizia, voglia di normalità in un mondo malato; poi rabbia, amore, dolore e voglia di vendetta prendono il sopravvento incanalati da Joker (il caos per eccellenza) a materializzarsi in una insignificante monetina… “testa vivi, croce muori”.
Wayne/Batman, complice un ottimo Christian Bale, prosegue il percorso di crescita e discesa negli abissi dimostrando un’umanità complessa e profonda per la quale sarà capace di sacrificare molto, anche troppo, finendo per diventare quel cavaliere solitario ed oscuro del titolo.
Qui Gotham City è una metropoli perennemente in bilico, una Babilonia crogiolo ed espressione della perversa natura umana. La sceneggiatura (affidata allo stesso Nolan e suo fratello Jonathan) è un concentrato di eventi e situazioni drammatiche di alto spessore, scandite da un ritmo frenetico che sottopone lo spettatore ad una raffica di emozioni senza soluzione di continuità. E tra un effetto digitale ed un altro ci vengono donate scene d’azione mai banali, con realizzazioni tecniche paragonabili a quelle de Il Ritorno del Re.
Ancora una volta il regista riesce a spremere i propri attori non facendoli sommergere dalla pesante figura del Joker. Perfetto Morgan Freeman, “eroico” Gary Oldman, saggio Michael Caine; Aaron Eckhart è grande nel rendere credibile la genesi del Due Facce. Notevole anche Maggie Gyllenhaal, chiamata a sostituire Katie Holmes, facendola dimenticare in fretta.

Finisce qui questo lungo viaggio in compagnia del nostro amato uomo pipistrello, dando un’occhiata ai progetti futuri legati a Batman e all’altra icona della DC, Superman.
Per ora sappiamo che dovremo attendere ancora due anni per il sequel de Il Cavaliere Oscuro. Nolan, in una lunga intervista al magazine Empire rilasciata nei mesi scorsi, racconta i suoi progetti per il terzo Batman e anche qualche anticipazione riguardo il reboot di Superman. Per il momento sappiamo che il nuovo Superman è atteso nelle sale a Natale 2012, sarà scritto da David S. Goyer, con la regia di Zack Snayder, e vedrà la supervisione di Christopher Nolan (ormai visto come la gallina dalle uova d’oro dalla Warner).
Batman 3, titolo ovviamente provvisorio, verrà scritto dal fratello di Nolan, Jonathan, già occupatosi del soggetto de Il Cavaliere Oscuro e della sceneggiatura di Batman Begins. In un’intervista il regista afferma che Joker non tornerà, e di questo gliene siamo tutti grati. Di seguito un estratto:
No, il personaggio non tornerà. Non mi sento a mio agio a parlarne ancora. Mio fratello Jonathan sta lavorando alla sceneggiatura. Abbiamo creato una storia di cui siamo eccitati. In particolar modo, ci piace dove stiamo portando i personaggi, e il finale di tutto quanto. Ci sono cose che mi eccitano molto per quanto riguarda i personaggi, comunque alla fine ritorna tutto sull’importanza di realizzare un buono script dal quale esca un buon film. E’ la cosa su cui mi concentrerò al massimo prossimamente. Questo film sarà la fine di una storia, piuttosto che qualcosa utile solo a produrre sequel espandendo la storia.

Il regista, dopo aver rivelato quanto sopra, ha commentato quanto la Marvel sta facendo con i suoi cinecomic e l’intenzione di riunire i vari protagonisti (Robert Downey jr/Iron Man, Chris Evan/Capitan America, Chris Hemsworth/ Thor), in un’unica pellicola sui Vendicatori, escludendo la possibilità che la Warner Bros e la Dc Comics possano fare altrettanto.
La Marvel sta facendo quel che sta facendo e la gente risponde a questo molto bene, o non andrebbero avanti su questo percorso. Non è qualcosa che ho escluso a priori, ma i personaggi della Marvel sono molto diversi da quelli della DC. Bisogna tornare a quest’elemento di “Che cosa vedo quando chiudo gli occhi e penso a Batman/Superman?”. E per quanto mi riguarda, gran parte di questo è dato dal loro essere individui. Per me tutto questo ha origine nel fatto che emergano in solitudine. Sono personaggi straordinari in un mondo ordinario.

Batman cinecomics [prima parte]

Posted in Divagazioni, Intorno ai Film by redblackdevil on settembre 20, 2010

Una sera come altre, a casa da solo. Che si fa? Ovviamente si vede un film. Bene: il film estratto è il fenomenale e premiato Il Cavaliere Oscuro. Ora, farne una recensione a due anni di distanza con tutto quello che ha creato intorno a sé questo film non avrebbe senso, ma in vista dell’uscita del terzo Batman, diretto da Nolan, mi sono chiesto: perché non riprenderlo in considerazione e farci una chiacchierata sui film dell’uomo pipistrello? Da qui l’idea di questo articolo a quattro mani diviso in due parti. Sempre preziosa Wikipedia per rinfrescare la memoria sui vecchi capitoli. Nel 1966 arriva sul grande schermo il primo film di Batman ed è uno spin-off della polare serie TV di quel periodo. Il film, girato nella pausa estiva tra la prima e la seconda stagione, vede Batman (Adam West) e Robin (Burt Ward) alle prese con Joker, Pinguino, Catwoman e l’Enigmista che, uniti, decidono di colpire il cuore stesso dell’umanità e di rapire (con una macchina che rende polvere e poi reintegra le persone) i rappresentanti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Ma il dinamico duo, dopo bizzarre avversità, riesce a risolvere la situazione.
Film scanzonato che ben si amalgama con la serie TV, dove il tutto viene reso quasi ridicolo più che comico con un gusto artistico tipico di quegli anni e dei serial: classiche le onomatopee che comparivano su schermo durante le scazzottate della coppia.
Da ricordare la scena in cui Batman corre su e giù per la banchina del porto, cercando di gettare via un ordigno in procinto di esplodere, ma incappa in poveri innocenti e non riesce a sbarazzarsene, tanto da esclamare: «Certi giorni non riesci proprio a liberarti di una bomba!».

Nel 1989 arriva Tim Burton con un Batman in chiave fiaba dark, pregno di quel cinema americano dell’epoca reaganiana – quindi dalla confezione impeccabile. Fu infatti un successo commerciale, ma anche di critica, tanto che ricevette moltissime nomination: agli Oscar, ai Golden Globes ed ai Saturn Award; il successo fu tale da ispirare l’omonima serie animata ed i successivi sequel. Grande influenza ha avuto anche sui film diretti da Christopher Nolan che, pur essendo sempre prodotti dalla Warner Bros., riprendono la storia dall’inizio con una diversa scelta estetica.
La trama, ben più complessa del film del ’66, è difficilmente riassumibile, ma l’importante è ricordare che il cattivo di turno in questa pellicola è il classico Joker, interpretato dal fenomenale Jack Nicholson, dove ne scopriamo la genesi e la morte. Convincente anche Michael Keaton nei panni dell’uomo pipistrello e bellissima come sempre Kim Basinger in quelli della giornalista che farà vacillare il nostro eroe.

Nel 1992 torna Burton con il sequel Batman – Il ritorno. Ma Tim non lo considera un vero sequel, di fatti egli stesso dirà riferendosi al primo film: “Ci sono parti che mi piacciono, ma al tempo fu abbastanza noioso come tema. Spesso si hanno sequel, sono simili allo stesso primo film eccetto che per l’aumento di guadagni. Non mi sentivo di farlo; volli poi trattare il nuovo Batman come un altro, nuovo, film.”
Nuovo successo per un film considerato da molti più dark del primo, tanto da sorpassare il record del predecessore per i più riusciti tre giorni d’apertura della storia. Anche se alla fine guadagnò meno, la pellicola ricevette nomination agli Oscar, agli MTV Movie Awards e, purtroppo, anche ai Razzie Awards.
Qui come antagonista del nostro eroe (sempre Michael Keaton) troviamo il Pinguino interpretato da un buon Danny DeVito, la sensualissima Michelle Pfeiffer nei panni della Donna Gatto e Christopher Walken nei panni dell’avido, corrotto, spietato magnate Max Shreck.
Questa volta, forte del precedente successo, il regista è più svincolato dai binari di una produzione per il puro intrattenimento e può quindi, con maggiore libertà espressiva, dare libero sfogo alla propria creatività. Ora le caratterizzazioni dei personaggi sono più chiaroscurali, le opposizioni meno manichee, le follie e le grottesche perversioni (Beetlejoice ed Edward docet!) più in primo piano.

Nel 1995 arriva Batman Forever diretto da Joel Schumacher.
In questo episodio Bruce Wayne/Batman, interpretato da Val Kilmer, affiancato da Dick Grayson/Robin (Chris O’Donnell), per salvare la sua nuova fiamma, la Dottoressa Chase Meridian (Nicole Kidman), si trova ad affrontare Due Facce (Tommy Lee Jones) e l’Enigmista (Jim Carrey).
Michael Gough è per la terza volta il maggiordomo Alfred Pennyworth e Pat Hingle ancora il Commissario di polizia James Gordon.
Il nuovo capitolo di Batman ha ricevuto profonde critiche per la scomparsa alla regia di Burton; di fatti Schumacher realizza una pellicola frenetica e sgargiante ma psicologicamente meno complessa, che si distacca abbastanza dall’opera di Burton, tagliando le atmosfere dark, gotiche e oniriche dei primi due film per tornare quasi a quel gusto kitsch della vecchia serie TV. Probabilmente l’obiettivo era di catturare anche un pubblico più giovane e meno interessato ai significati troppo profondi, ma soprattutto non farlo assomigliare troppo ai precedenti capitoli.
La pellicola porta buoni incassi superando il secondo film, ma rimanendo dietro al primo. Come me, alcuni critici e una parte del pubblico non hanno gradito moltissimo questo cambio di rotta in salsa neon e azione intrapresa da Schumacher.
Dal lato suo la pellicola ha la capacità di rivelare l’importanza della figura di Alfred, un vero padre adottivo per Bruce, come nessun altro film aveva fatto fin ora, senza dimenticare il buon carisma dimostrato da Val Kilmer e la grande interpretazione di Jim Carrey. Il film ottiene tre nomination per gli Oscar: miglior fotografia, miglior sonoro, e miglior montaggio sonoro.

Il 1997 è un anno da dimenticare per il cine-comics dell’uomo pipistrello. Arriva infatti Batman&Robin, diretto ancora una volta da Joel Schumacher. L’impoverimento estetico e artistico, iniziato in Batman Forever, prosegue disastrosamente in questa pellicola, tanto da portare ad uno stop della produzione di film su Batman per i successivi 8 anni.
In questo quarto episodio Batman (George Clooney), affiancato da Robin (Chris O’Donnell) e Batgirl (Alicia Silverstone), è chiamato ad affrontare i supercriminali Poison Ivy (Uma Thurman) e Mr. Freeze (Arnold Schwarzenegger). Per l’ennesima ed ultima volta Michael Gough è il maggiordomo Alfred Pennyworth, e Pat Hingle ancora il Commissario di polizia James Gordon.
Come dicevo, il progressivo allontanamento dalle atmosfere cupe e dalle tematiche psicologiche presenti nei film diretti da Tim Burton, iniziato con il precedente Batman Forever (salvato al pelo grazie al fatto che Burton figurava ancora come produttore) si concretizza e manifesta tutto il suo “splendore” in questo Batman & Robin.
La pellicola ci mostra un film pacchiano, colorato, troppo luminoso e fracassone; come se non bastasse, zeppo di effetti speciali e di scenografie tanto imponenti quanto finte, accostati a una trama inesistente, debole e confusa. Il film alla fine risulta soltanto orientato all’azione e alla commedia, costellato di personaggi poco incisivi, tanto che ci restituiscono la figura di Batman snaturata, impoverita e martoriata.
Chiaramente poi in Warner non hanno più voluto produrre un film sull’uomo pipistrello, almeno fin quando non è arrivato Christopher Nolan… ne parleremo nella seconda parte

Invictus

Posted in Intorno ai Film by redblackdevil on agosto 29, 2010

“…Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la pergamena,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima…”

Schermo nero: queste le ultime parole pronunciate da Nelson Mandela (Morgan Freeman) nel film, dopodiché titoli di coda, e un pizzico di rammarico perché il film è finito.

Volevo andare al cinema a vederlo, ma non ho avuto occasione. Dalle critiche che avevo letto si capiva che era un buon film, ma non eccezionale, però non pensavo che potesse prendermi così tanto.
Capiamoci: dopo la quasi eccelsa perfezione di Gran Torino, l’appassionante Changeling e il semplicemente toccante Million Dollar Baby non pensavo che Eastwood avrebbe ancora una volta fatto centro. E invece mi sbagliavo, l’ha fatto e alla sua maniera: con la sensibilità e una maestria tipiche raggiunte anche grazie alle sue 80 primavere. Ed è facile associare il titolo del film alla carriera del regista.
Invictus è una parola latina che significa “mai sconfitto”, ed è proprio così che io vedo Clint. Il nostro non sbaglia un colpo dal 1990? Ora forse non tutti saranno d’accordo, ma critica e incassi un po’ mi danno ragione.

Magari paragonato ai suoi altri lavori può sembrare un film anonimo, in cui forse ha sbagliato, ma credo fermamente che non sia così.

Perché è vero che il film lascia delle domande aperte, è vero che forse Matt Damon non era azzeccatissimo nel ruolo del capitano di rugby, è vero che il film non regala quei cambi di umore tipici di Eastwood, è vero che non approfondisce alcune tematiche, ma personalmente è riuscito a tenermi incollato al divano perché, se è vero tutto quello che ho detto poc’anzi, senza la maestria del buon Clint il film sarebbe stato etichettato come un altro “buonista, scontato e melenso” film sui buoni sentimenti. Invece, la pellicola non scade mai nel banale, riuscendo ad emozionare e commuovere proprio grazie a quello stile essenziale, elegante ed asciutto del regista.

La pellicola è un adattamento per il grande schermo, ad opera di Anthony Peckham, del libro di John Carlin edito in Italia con il titolo Ama il tuo nemico. Dove Eastwood abbandona i toni cupi e pessimistici delle sue precedenti opere, e si lascia andare ad un cauto ottimismo, con tanto di happy-end in grande stile.
Ed è proprio per questo che è facile fraintendere Invictus, e di conseguenza giudicarlo male. In molti si aspettavano un biopic completo su Nelson Mandela, altri si aspettavano un film dichiaratamente “sportivo”, con l’accento ben calcato sul lato più ludico e gladiatorio del rugby; altri lo elogiavano ancor più di me credendo che Eastwood non possa davvero sbagliare un film.
Ma se preso bene nel contesto del cambio di rotta tipico del regista, non ci si può lamentare per nulla.

Ultime note:

– Il film inizia l’11 febbraio 1990, il giorno in cui Nelson Mandela venne scarcerato, dopo 27 anni trascorsi in una cella di cinque metri quadrati nel penitenziario di Robben Island. Si conclude cinque anni dopo, il 24 giugno del 1995, giorno in cui venne disputata la partita decisiva del campionato del mondo di rugby.

– Buona l’interpretazione di Morgan Freeman, che non si limita a ricalcare i gesti ed il modo di muoversi e di parlare del Premio Nobel sudafricano, ma assorbe e fa propria quella gestualità fino a fondere sé stesso con il personaggio.

– Di seguito la poesia che Mandela usa nei giorni di prigionia per darsi forza e che in seguito usa per incoraggiare François Pienaar (Matt Damon).

Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dèi chiunque essi siano
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

(William Ernest Henley)

Ah, in riferimento al modo di interpretare il film, aggiungo solo che se Eastwood avesse focalizzato ancor di più l’attenzione sulla violenza di quegli anni, sull’apartheid e ancor di più sulla storia di Nelson Mandela, il film sarebbe stato un mattone che non avrebbe interessato nessuno, nemmeno chi lo critica. Inoltre, chi cerca qualcosa del genere non farebbe prima a vedersi un documentario?
Per finire, credo anche che il film sia uno stimolo a una riflessione più grande, un aiuto ad iniziare a pensare: non credo che Eastwood si sia abrogato il diritto di fare un film che serve per dimenticare o edulcorare quelle strazianti ferite che ancora sanguinano nel continente africano.

Moon

Posted in Divagazioni by Cape on agosto 28, 2010

Perso all’uscita nei cinema e recuperato in bluray, Moon è un gioiello di rara bellezza per profondità e minimalismo, in una cornice austera e lirica che richiama alla mente il cult Gattaca. Opera prima del regista Duncan Jones, il film narra di Sam Bell (uno straordinario Sam Rockwell protagonista di questo one-man show), un minatore spaziale che segue l’estrazione di preziose risorse energetiche sulla faccia oscura della Luna. Come da contratto con la Lunar (la società di estrazione), dovrà passare tre anni in missione con la sola compagnia di GERTY, il robot tuttofare della base lunare. Tutto procede regolarmente in una routine fatta di lavoro, tapis roulant, escursioni all’esterno della base, chiacchierate con le piante e vecchi serial TV seguiti durante la costruzione di un plastico in legno che non ricorda più quando ha cominciato. Ma quando una piccola distrazione causa un incidente, Sam scoprirà l’agghiacciante verità che la Lunar nasconde. Jones pesca sapientemente dal cinema di genere degli anni d’oro, quando la fantascienza non era ancora del tutto svenduta a battaglie stellari, alieni conquistatori e colorati robottoni mutaforma, ma una frontiera di esplorazione dell’animo umano, un modo per fermarsi e riflettere su quello che stiamo facendo e dove stiamo andando, su cosa è umano e cosa no, qual è il rapporto dialettico tra uomo e uomo e tra uomo e macchina. Moon ci chiede anche se, considerando un mondo quasi ideale dove l’approvvigionamento energetico non è più un problema (grazie appunto all’estrazione di risorse dalla Luna) e la civiltà non è più costretta ad arrancare in una giungla competitiva, la logica del profitto sarebbe ancora il bene supremo da raggiungere. L’altra faccia della Luna sarà solo l’ennesimo posto dove “esportare” il nostro peggio?
Insomma, grandi temi che rendono questo film unico nel panorama delle recenti produzioni fantascientifiche, dove troppo spesso gli enormi budget si sono rivelati più una maledizione che un’opportunità. A dimostrazione di questo, Jones (che deve lavorare con soli 5 milioni di dollari!!) opta per un design degli interni intimista e retrò, con schermi tradizionali, computer con pulsanti e tastiere (niente touch-screen tridimensionali :D), le tipiche geometrie esagonali delle strutture della base, i colori e la fotografia asettici, la musica evocativa: tutto sembra prendere le distanze dal cinema degli ultimi venti anni! Concludendo, novanta minuti memorabili che appassioneranno gli amanti della fantascienza, quella riflessiva e speculativa, ma che sicuramente saranno apprezzati anche dai tanti detrattori che qui dovranno veramente arrampicarsi sugli specchi per tirar fuori delle argomentazioni plausibili.

Halo Legends

Posted in Divagazioni by redblackdevil on agosto 20, 2010

Genere: Animazione
Titolo originale: Halo Legends
Nazione: Stati Uniti, Giappone
Anno produzione: 2010
Release: 16 febbraio 2010
Durata: 119′
Regia: Frank O’Connor, Joseph Chou
Produttori: Ross Bonnie, John Ledford
Produzione: Studio 4°C Production I.G, Casio Entertainment, Toei Animation, Bones, Warner Bros, 343 Industries
Distribuzione: Warner Home Video
Sceneggiatori: Hiroyuki Kawasaki, Ryan Morris, Naruki Nagakawa, Daisuke Nishio, Frank O’Connor, Dai Sato, Megumi Shimizu, Eiji Umehara, Hiroshi Yamazaki

Sette storie per Otto corti di Cinque studi:
Aka: la matematica è un’opinione. Welcome in Halo Legends

Cinque studi d’animazione giapponese, BONES, Casio Entertainment, Production I.G, Studio 4°C e Toei Animation, si sono occupati dell’animazione di Halo Legends.
Un’antologia in DVD e BD di sette corti per otto episodi basati sulla franchise del videogame sviluppato da Bungie e prodotto dalla Microsoft Studios.

Prima di Legends:
Stiamo vivendo in un periodo dove il potere economico-commerciale di svariati prodotti – fra cui Halo – è tale da imporsi anche in forme espressive parallele o complementari a quelle del semplice videogioco. Precursore ed esempio è il famoso Star Wars di George Lucas.
Microsoft, con la sua 343 Industries, ha saputo sfruttare nel migliore dei modi il Fenomeno Halo, dando origine a sequel, spin-off, romanzi, action figure, fumetti e prodotti audiovisivi.
Tra questi ultimi è contemplato il titolo che andremo ad analizzare.

Legends:
Halo Legends ci racconta storie precedenti o parallele rispetto ai videogiochi, utili a farci comprendere quegli aspetti rimasti finora oscuri o ad aggiungere nuovi dettagli che espandono l’universo narrativo (già non piccolo di suo).

Un’idea rischiosa, considerando la vasta schiera di fan che il titolo deve soddisfare e sappiamo tutti quanto noi fan siamo ipercritici con i prodotti che ci appassionano, a tal punto da considerarci quasi Fan Boy.

Da fan, possessore dei giochi, del film, di action figure e di vestiario, posso dire che il prodotto è ben riuscito. È vero che bisogna essere propensi anche a ritmi e toni dilatati nel tempo ed introspettivi… In sintesi, si tratta di un sostanziale distaccamento dal classico stile di Halo. Nonostante tale differenza, spettacolo e azione non mancano.
La coniugazione fra materiale occidentale ed esecuzione orientale apre risultati interessanti, dove gli autori giapponesi reinterpretano i personaggi di Halo secondo “i propri” gusti e sensibilità.

Dalla visione traspare come il conflitto venga considerato da una prospettiva pacifista, marcando come in una guerra non esistano vincitori, ma solo vittime, e gli alieni Covenant sono oggetto di una rilettura ispirata alla dottrina samurai.

Gli episodi:
in sequenza troverete: Titolo, Studio, Voto a: storia/disegno/emotività

“La babysitter„
Studio 4°C
7 / 7 / 7
Prodotto da Eiko Tanaka e diretto da Toshiyuki Kanno.
Brevemente, la storia vede come protagonista uno SPARTAN-II che segue e dà supporto alla missione di una squadra orbitale, nelle cui schiere i più fedeli riconosceranno un omaggio a ODST.
Non dico altro se no rovino la sorpresa a chi lo deve ancora vedere.
E va bene, vi dico che c’è anche uno scontro niente male.

“Il duello„
Production I.G
7.5 / 9 / 8
Prodotto da Mitsuhisa Ishikawa e diretto da Hiroshi Yamazaki, con controllo creativo di Mamoru Oshii.
La storia segue un Arbiter che non vuole seguire la religione dei Covenant e per questo viene accusato di eresia da un profeta.
Vi chiederete perché 9 al disegno: beh, è mera e semplice poesia fatta animazione. Siamo di fronte a una pittura a olio animata in digitale che restituisce l’impressione di un dipinto in movimento.
Arte, fottuta arte.

“Il pacchetto„
Casio Entertainment
6.5 / 6.5 / 6
A bordo di una nave umana un gruppo di Spartans (tra cui il caro John-117) riceve istruzioni da un funzionario dell’intelligence circa la loro missione: una flotta dei Covenant sta trasportando “un pacchetto importante„ che gli Spartans devono riprendersi.
Non c’è molto altro da dire se non che c’è una gran dose di azione. Forse il più “cazzuto” in termini di combattimenti “ignoranti”.

“Origini„
Studio 4°C
8 / 7 / 8
L’intelligenza artificiale Cortana e il Master Chief sono incagliati, dopo gli eventi di Halo 3, sulla nave Forward Unto Dawn. Qui Cortana viene a conoscenza della storia dei Precursori, della prima grande invasione dei Flood e degli Halo.
La seconda parte “delle origini„ segue l’aumento della civilizzazione umana, l’esplorazione e la colonizzazione dell’umanità di altri mondi coincidente con l’espansione dei Covenant. Il resto è storia.

“Le origini„ sono i primi due episodi delle sette storie raccolte e sono un buon modo per il neofita di affacciarsi ed immergersi in questo fantastico universo.

“Ritorno a casa„
Bee Train/Production I.G
7 / 7 / 7.5
Prodotto da Koichi Mashimo, scritto da Hiroyuki Kawasaki e da Koji, diretto da Sawai.
La storia vede protagonista una marine dell’UNSC e la sua squadra alle prese in uno scontro con i Covenant. Nel mezzo, un flashback sulla fuga della marine durante il suo addestramento come Spartan e il suo ritorno a casa.
Episodio intenso che ci rivela i retroscena dell’addestramento da Spartan. E molto altro.

“Prototipo„
Studio Bones
6.5 / 7 / 6.5
In questo episodio faremo la conoscenza del sergente Fantasma, della sua storia e del suo riscatto dalle vicende di un vicino passato che lo tormentano.
Animato da Studio Bones, diretto da Tomoki Kyoda Yasushi Muraki, production designs di Shinji Aramaki.

“Quello dispari fuori„
Toei Animation
6.5 / 6.5 / 7
Scritta e diretta da Daisuke Nishio.

Parodia dell’universo Halo. L’azione si svolge su un pianeta non meglio specificato. 1337 e John-117 sono a bordo di una nave, diretti verso un punto di raccolta, ma 1337 inavvertitamente scivola dalla nave e si ritrova da solo sul pianeta… Beh, da solo no. E’ in ottima compagnia: dinosauri da una parte e un gruppo di strambi ragazzini dall’altra! I Covenant ne approfittano e spediscono sul suolo la loro ultima arma, un guerriero bestiale denominato Pluton. 1337 ed i ragazzi affronteranno Pluton con non poche difficoltà, ma solo dopo l’intervento di mamma la situazione si risolverà.

Come si nota ho dato voti bassi e altalenanti analizzando ogni singolo episodio, ma nel complesso e nella durata totale dimostrano un buon dinamismo, dettato anche dalla scelta temporale d’inserimento di ogni episodio. Quindi nel complesso direi che il prodotto si merita tranquillamente il 7.5.

Edizione DVD e Blu-Ray Disc:

Caratteristiche tecniche
Formato video: 1.85:1 16/9 (1080p HD)
Formato audio: inglese, italiano, tedesco, spagnolo, francese Dolby Digital 5.1
Sottotitoli: inglese, italiano, spagnolo, norvegese, finlandese, danese, portoghese, francese, svedese, cinese, olandese, greco

La Warner propone un’edizione Blu-ray di ottimo livello, che permette di godere appieno dei sette cortometraggi con una notevole qualità dell’immagine e del comparto audio, che sfrutta adeguatamente i canali laterali nelle sequenze di maggiore dinamismo.

Contenuti speciali:
Il making of di Halo Legends
Introduzione ai corti, con dettagli sulla realizzazione delle varie sequenze.
Halo: la storia finora
Frank O’Connor commenta le vicende narrate nella saga di Halo fino alla fine del terzo capitolo.
Commento audio
Il commento ad Halo Legends dei registi Frank O’Connor e Joseph Chou.
Halo: evoluzione del progetto
La presentazione del “fenomeno Halo”, dalla sua nascita come videogioco per X-box fino alla sua evoluzione in franchise multimediale.

In sostanza:
Consigliato a tutti i fan e a chi vuole entrare in punta di piedi nell’universo Halo.

Dal mondo di Halo giungono sette storie, per un totale di otto episodi. Tra azione e sentimenti, avventura e sacrificio, questi racconti consentono di scoprire nuovi dettagli riguardanti la saga, con retroscena e vicende parallele, permettendo al contempo di esplorare dimensioni e punti di vista finora inediti.
Il tutto in una qualità di indubbio valore con punte di eccellenza (vedi sopra) che vi saprà intrattenere e coinvolgere per i suoi 119 minuti di visione.

Voto: 8

Il mondo dei replicanti

Posted in Intorno ai Film by Cape on agosto 17, 2010

In un presente alternativo i progressi nel campo della robotica e dell’ingegneria (grazie ad enormi investimenti in campo militare, come successe per Internet) consentono al 98% della popolazione di vivere tranquillamente da casa la propria vita manovrando il proprio alter ego bionico (chiamato surrogato), collegato al proprio sistema neurale in una sorta di Matrix/Second Life. Anzi, l’analogia più consona è quella con Avatar (ma con i robot al posto dell’indigeno geneticamente modificato) con personaggi (quelli in carne e ossa) che ricordano molto i paffuti e iperconnessi umani di Wall-e. In questo innaturale ma reale mondo di bambole la criminalità è ai minimi storici, le città sono pulite e sicure, tutti sono liberi di dare sfogo ai proprio istinti repressi proprio perché non c’è nessun pericolo per la persona (anche se il robot muore, non succede nulla all’umano collegato) e si può scegliere di cambiare il proprio surrogato così come noi ci cambiamo d’abito. E così un ciccione può diventare una bionda mozzafiato e farsi rimorchiare in discoteca ed un calvo represso/stronzo diventare un prestante giovane di colore. Tutti hanno dei corpi perfetti, sempre giovani e in forma, corpi atletici e potenziati in uno scenario affascinante ma al tempo stesso inquietante: il mondo come una gigantesca casa di Barbie.
Ma quando a minare l’equilibrio di questa nuova società arriva un misterioso aggeggio che riesce ad ammazzare surrogato e umano contemporaneamente, toccherà al nostro amato antieroe rispolverare la mitica canottiera lercia di McClane e risvegliarsi da questo coma autoindotto a furia di scazzottate e inseguimenti, in un’indagine non priva di colpi di scena.
Ancora una volta, ma non è mai a sufficienza, emerge la vera forza della fantascienza, quando porta all’eccesso un tema e diventa speculazione intellettuale su un mondo, magari poco probabile, ma che merita comunque una riflessione. Anche perché, se vogliamo, il contesto narrativo del film è “solo” un passo successivo a quello attuale (e non a caso il film ha il coraggio di ambientarlo non in un indefinito futuro ma in un “altro” presente) dove un numero sempre maggiore di attività si possono svolgere comodamente da casa, mentre una società che cambia e fa paura spinge l’individuo a chiudersi nel proprio castello sempre più arroccato con una finestrella (prima la tv, ora internet) dalla quale affacciarsi e vedere solo quello che si vuole vedere: vi sembra fantascienza questa? C’è poi la paura di vivere e di relazionarsi con il prossimo (emblematica la scena in cui il “vero” Bruce Willis parla con il surrogato della moglie che non vede da anni, nonostante viva nella stanza di fianco) e quel senso di solitudine che paradossalmente affligge sempre di più l’individuo proprio quando i mezzi di comunicazione, come mai in nessun’ altra epoca della storia, abbattono le distanze e, in una sorta di neo/post-umanesimo, l’individuo è al centro di una rete sempre più fitta di connessioni.
Per quanto riguarda gli aspetti più tecnici del film, a sottolineare questo mondo plasticoso e di finzione c’è una fotografia azzeccatissima, fatta di immagini luminose dai colori quasi saturi che esaltano il senso di innaturale, e un design che trovano nelle rappresentazioni degli interni la loro massima espressione; insieme ad un trucco che dà ai surrogati una piacevole sensazione di finto ma non troppo (diciamo come dei modelli da copertina patinata). Purtroppo il film ha la pecca di vestirsi da blockbuster – anche se atipico – e per giunta è distribuito dalla Disney; ma proprio in tale contesto spicca per originalità e il coraggio mostrato nel voler introdurre tematiche attuali e di spessore in un’opera tutto sommato commerciale.

The road

Posted in Intorno ai Film by Cape on agosto 11, 2010

Cominciamo con una precisazione: The Road non è un film di fantascienza (quantomeno non nell’accezione comune), ma è un film drammatico, molto drammatico. Lo dico perché le reazioni di quasi tutti i miei amici al cinema non sono state delle migliori, e non perché il film non sia piaciuto, ma perché non avevano ben chiaro cosa stavano andando a vedere. The Road, infatti, è una sassata fatta di immagini e dialoghi che sono dei veri pugni nello stomaco per un pubblico abituato a storie confortanti dove i protagonisti al massimo affrontano situazioni alla loro portata, mentre qui un uomo è chiamato al più estremo dei gesti che si può chiedere ad un padre. E’ una storia universale di amore tra un padre e un figlio, dove il primo si sforza di insegnare al secondo tutto quello che può, consapevole del fatto che non sarà al suo fianco in eterno e l’unico vero aiuto che può offrigli è prepararlo ad affrontare una vita fatta di stenti e decisioni difficili. Il figlio, da parte sua, deve filtrare gli insegnamenti del padre con la sua sensibilità ed apprendere, sempre con scelte sofferte, la differenza tra bene e male: la strada, il viaggio come metafora della vita, della crescita in un mondo ostile. A sottolineare il carattere universale della storia c’è un paesaggio che, oltre ad essere desolato e grigio, appare assolutamente anonimo e irriconoscibile, fatto salvo per una bandiera americana lacerata appesa ad un edificio, quasi lasciata lì a rimarcare ancora una volta la devastazione del territorio, ma anche della cività così faticosamente costruita attorno ad un simbolo; i personaggi non hanno nomi e neppure la vicenda riesce a contestualizzare gli avvenimenti: sappiamo che ad un certo momento l’umanità (nel senso di genere umano, ma soprattutto come bagaglio di esperienze e conquiste sociali e culturali) si è quasi estinta a seguito di un avvenimento volutamente non precisato, perché ininfluente ai fini della storia. Su questo vorrei spendere due parole: in un film, così come in un romanzo, racconto, fumetto etc, lo spettatore/lettore non deve essere necessariamente onnisciente, ma sta all’autore dare i dettagli nella forma e misura necessarie all’interpretazione dell’opera. In questo caso non sapere cosa sia successo non è un buco di sceneggiatura, perché semplicemente è un’informazione superflua, dato che il film non vuole essere un film d’azione, o di speculazione su una condizione plausibile/futuribile, dove quindi è necessario sapere il perché si è arrivati a quella situazione.
Per calarci in questo mondo disperato c’è una fotografia grigia e desaturata dove persino un arcobaleno è triste e scolorito. Forse il punto debole del film è il montaggio, che più di una volta mi ha lasciato basito con sequenze interrotte come per un cambio scena e invece inspiegabilmente riprese per qualche altro “inutile” secondo; ma forse la pecca maggiore è quella di non aver reso il giusto senso di solitudine – magari in sala non tutti l’avrebbero apprezzato, ma il prodotto finale ne avrebbe giovato.
In conclusione, un film duro e spietato, eppure così umano e commovente; come ha dichiarato il protagonista Viggo Mortensen:

“Il fuoco, la torcia dell’umanità, di quello che significa davvero essere umani, alla fine è abbracciata dal figlio, mentre il padre, inconsciamente, se ne discosta. Adoro il finale, perché, come padre, posso dire che le cose stanno esattamente così. Mio figlio, spesso, si lamenta di come io gli abbia dato degli insegnamenti che qualche volta non seguo. È così che i giovani diventano i nostri maestri. Ad un certo punto i nostri figli ci guardano negli occhi e ci dicono che ci stiamo sbagliando. Alla fine è il ragazzo a trasformarsi nell’uomo della storia, moralmente responsabile per tutti. Anche per suo padre.[…] The Road si domanda cosa significa essere umani e mette in dubbio che la mera sopravvivenza fisica equivalga ad una vita degna di essere vissuta. Uccidere per sopravvivere ha un senso? Senza poter esprimere la nostra umanità, noi non siamo altro che degli automi e, nel peggiore dei casi, degli zombie.“