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The Social Network

Posted in Intorno ai Film by Cape on novembre 17, 2010

Dopo averci regalato film divenuti istantaneamente cult come Seven e Fight Club, un thriller teso e claustrofobico come Zodiac e il sottovalutato – anche se un po’ melenso – Benjamin Button, David Fincher confeziona un biopic avvincente e divertente che, forse per la prima volta, affronta in maniera lucida e senza giudizio il fenomeno di Internet e dei social network.
Personalmente mi suona un po’ strano parlare di biografia di un ragazzo di neanche trent’anni e per di più contemporaneo, ma sicuramente la sua è una storia che vale la pena di essere raccontata. Magari nel mondo dell’imprenditoria è una storia come tante altre (un’idea rubata) ma questa volta c’è di mezzo Facebook, un fenomeno che può apparire stupido a tanti ma che sicuramente sta segnando l’evoluzione di Internet (e quindi della società tutta) e del quale parleremo anche tra vent’anni per le enormi ripercussioni che ha avuto. Finalmente si parla di Internet non con la classica visione del non-luogo dove tutto è concesso, in mano a pirati e pedofili, ma come un “semplice” strumento che estende la realtà, uno strumento maturo, dove digitale non vuol dire virtuale e le azioni fatte in Rete non sono meno importanti di quelle fatte nella vita reale. Insomma, ci sono dinamiche che possono apparire aliene e inconcepibili ad un over 40 (forse anche over 30), come ad esempio la scena del film in cui Eduardo e la sua ragazza litigano e si mollano perché lui mantiene ancora la “situazione sentimentale” a single su FB, ma per un ventenne può essere una cosa seria. Questa estensione tra vita concreta e immateriale viene più volte evidenziata e anzi diventa la chiave di lettura del successo di FB all’interno del campus (e poi fuori): i ragazzi avevano finalmente un posto dove continuare a fare quello che facevano sempre, cioè farsi gli affari degli amici, sapere se una ragazza è disponibile, ricontattare la persona conosciuta la sera prima, conversare, rimorchiare.
Fincher utilizza astutamente l’espediente del legal (o thriller legale, cioè le sedute con gli avvocati delle due parti che discutono della causa) per costruire la narrazione su tre differenti livelli: due sono ambientati più o meno nel presente e riguardano le due cause che il protagonista affronta contro i gemelli ai quali avrebbe rubato l’idea e contro il suo ex migliore amico estromesso dalla società, e uno che ripercorre tramite flashback i momenti salienti della creazione di FB. Questi tre livelli sono perfettamente amalgamenti e non si corre mai il rischio di confonderli, grazie ad un lavoro di montaggio sapiente e impeccabile; inoltre le scene con gli avvocati non risultano mai pesanti o in un complicato linguaggio burocratico e formale ma servono a chiarire alcuni punti della vicenda e da pretesto per far partire i flashback.
Anche la scrittura è di ottimo livello, capace di mantenere il ritmo e l’attenzione alti e costanti con dialoghi taglienti e mai sopra le righe. Parte della riuscita del film è anche merito dell’ottimo cast ed in particolare di Jesse Eisenberg nelle vesti del protagonista Mark Zuckerberg, capace di trasmettere quel mix di autismo e genialità, di perfetta sintonia col pc e inettitudine sociale, con quell’espressione impassibile e scrutatrice (che mi ha ricordato l’androide Data di Star Trek TNG) anche nei momenti più tragici.

Anche se lo sguardo del regista è molte volte benevolo nei confronti del protagonista, quello che resta alla fine della storia e del film (in una scena prevedibile ma non per questo meno geniale) è il quadro di una persona sola, con dei problemi relazionali. E non è paradossale come può sembrare, se proprio un tale personaggio abbia creato il social network per antonomasia: mollato dalla ragazza, snobbato dai club esclusivi di Harvard, con pochissimi amici, sente la necessità di non essere trasparente, di trovare un riscatto sociale, di emergere dall’anonimato; perché puoi anche avere una montagna di soldi e 500 milioni di amici su FB, ma se resti solo una volta spento il pc…

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