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RED

Posted in Intorno ai Film by redblackdevil on maggio 30, 2011

Dopo la brutta esperienza patita col disastroso Jonah Hex, arriva un altro fumetto targato DC Comics a fare il suo debutto su grande schermo.
Hollywood ha pensato di adattare la miniserie RED, creata da Warren Ellis e Cully Hamner, mettendo dietro la macchina da presa il tedesco Robert Schwentke, (del regista ricordiamo l’intrigante debutto in patria con Tattoo e il thriller Flightplan con Jodie Foster).

Ottima la capacità di Schwentke nel creare un eccelso e intrigante ibrido tra lo stile di una spy-comedy televisiva e il look che ha contraddistinto gli ultimi cinefumetti.
Questo non è assolutamente il caso di parlare di nuovo standard nei cinecomics, ma sicuramente può essere d’esempio per altre opere. Difatti siamo di fronte a una pellicola di quasi due ore che riesce a intrattenere magnificamente, sempre in perfetto equilibrio tra il serio e il comico supportato da battute, scontri a fuoco, scazzottate e sequenze action spettacolari e ben coreografate alla Mission: impossible.

Il budget a disposizione del regista è stato sicuramente speso molto nel cast stellare che vede i nomi di Bruce Willis, John Malkovich, Morgan Freeman ed Helen Mirren. Tutti incredibilmente in stato di grazia e sicuramente ben diretti e gestiti. Senza dimenticare Brian Cox, Ernerst Borgnine e Richard Dreyfuss, Mary Louise Parker e un Karl Urban più in forma del solito.
Bruce Willis sfoggia l’anima ironica e ambigua che lo ha trasformato in un divo, Freeman e la Mirren giocano con classe divertendosi e divertendo. Malkovich, imho, è quello che si gode di più questo film risultando straordinariamente simpatico e coinvolgente. Bravissima e dolcissima la Parker; ragazza svampita incapace di destreggiarsi in un mondo di squali della cui esistenza era totalmente estranea. Praticamente lo stesso ruolo romance di Cameron Diaz, nel recente Innocenti bugie, anche se la Parker risulta molto più convincente.

In conclusione RED (Reduci Estremamente Distruttivi) è un film spensierato, divertente e imprevedibile. Volutamente eccessivo e fragororso, ma dotato di incredibile autoironia e capacità citazionistiche che lo rendono un prodotto fresco.
E nonostante la presenza di cotante All Star nessuno cerca la luce della ribalta da prima donna.
Una pellicola in grado di soddisfare pienamente le aspettative del grande pubblico.

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Batman cinecomics [seconda parte]

Posted in Divagazioni, Intorno ai Film by redblackdevil on settembre 23, 2010

Prosegue la carrellata cominciata nella prima parte dell’articolo dove avevamo lasciato il nostro eroe avvilito e distrutto da quel coso inguardabile chiamato Batman & Robin. Ci sono voluti otto anni per digerire quel boccone amaro e arriviamo finalmente al 2005, l’anno della grande rinascita dell’uomo pipistrello ad opera di uno dei più bravi registi del panorama della settima arte.

Batman Begins è il quinto film dedicato al celebre supereroe ideato da Bob Kane. In molti si saranno posti la mia stessa domanda: “Di nuovo un film su Batman? Perché farne un altro?”
Beh, Batman Begins ha saputo rispondere in maniera molto esaustiva raccontando, in maniera a dir poco pregevole, una parte nuova della storia di Bruce Wayne, ovvero la sua nascita.
La sceneggiatura, scritta a quattro mani dal regista e da David Goyer (abile scrittore ma pessimo regista, vedi la trilogia di Blade) parte proprio dall’infanzia di Bruce (interpretato ottimamente da Christian Bale) raccontando i due avvenimenti fondamentali per la genesi dell’eroe: la caduta in un pozzo pieno di pipistrelli e l’omicidio dei suoi genitori.
Questi due eventi, strettamente legati tra loro, porteranno Bruce a vivere sempre in preda al rancore e al senso di colpa, finché, diventato adulto, non deciderà di andare in giro per il mondo per imparare come combattere l’ingiustizia.
Giunto nel Buthan, Bruce incontrerà un maestro di arti marziali miste a dottrine filosofiche (Liam Neeson), che gli insegnerà a carpire la mentalità criminale per combatterla.
Tornato a Gotham City e constatato il degrado della città, darà forma e sostanza alla sua maturazione con l’aiuto del fedele maggiordomo Alfred (Michael Caine) e dello scienziato Lucius Fox (Morgan Freeman).
Nolan prende la sua strada ed il taglio con il passato è netto ma necessario, nonché salutare: Gotham City non è né dark né pop ma fascinosamente realistica; l’uso massiccio di soggettive e semisoggettive, soprattutto nei momenti di maggior azione, segna uno stile nuovo nel modo di raccontare i supereroi, non più lontane icone impalpabili ma personaggi con i quali immedesimarsi. Se si considera inoltre che Batman è un “semplice” umano senza superpoteri, tale scelta si colloca perfettamente all’interno di un più ampio impianto formale.
Emozionante la scena in cui Bruce “fa il bagno di pipistrelli”: chiaro come il regista abbia voluto simboleggiare l’unione indissolubile dell’uomo con la sua maschera. E tutti gli altri simboli e i richiami alla filosofia? Grazie ad essi ci vengono spiegate molte delle particolarità di questo eroe senza super poteri: da dove arrivano gli apparecchi di alta tecnologia che usa, la Bat-mobile, il costume, il mantello e soprattutto le motivazioni che lo spingono a scegliere di combattere la criminalità sotto mentite spoglie.
La psicologia e la caratterizzazione del personaggio di Bruce Wayne sono scandagliate fin nei minimi particolari. Il regista ci presenta il vero Batman: non un eroe senza macchia, ma un uomo che cerca di indirizzare i propri difetti verso il bene.
Nella pellicola si fa spesso riferimento a concetti quali la paura – filo conduttore del film – il rimorso, la collera e la volontà, tutte cose che fanno muovere il mondo e alle quali sono legati tutti i personaggi. Un cast che è riuscito ad esprimersi in maniera incredibile, in cui compaiono anche Gary Oldman, nel ruolo del detective Jim Gordon, e Katie Holmes, che interpreta l’unico personaggio non presente nei fumetti, Rachel Dawes, amica di infanzia di Bruce.

E finalmente arriviamo al 2008: epico, sontuoso, ambizioso, coraggioso, rischioso, disperato, violento, profumato di Oscar e venato di leggenda: arriva Il Cavaliere Oscuro, firmato ancora da Christopher Nolan.
La pellicola entra di diritto nella storia della settima arte: Nolan realizza il miglior Batman di sempre, il miglior film dell’anno e l’esempio perfetto di come si possa fare un blockbuster d’autore, riuscendo ad accontentare gli amanti di diversi generi.
Frasi emblematiche come “Alcuni uomini vogliono solo bruciare il mondo” e “O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare cattivo” raccolgono l’essenza, la filosofia, la magia di questo nuovo episodio delle gesta dell’eroe Umano Batman.
Ancora una volta Nolan fa scelte azzardate che lo ripagano in pieno come la decisione di improntare sulla figura di Joker tutta l’opera, intento chiaro fin dal meraviglioso prologo della rapina. Joker rappresenta essenzialmente un aspetto molto affascinante della paura: il caos. La carta da gioco, nonché lo stesso personaggio, portano scompiglio all’interno dell’ordine e delle regole.
Nolan rispetto a Burton, che portò sullo schermo un Joker ironico e dandy, con uno splendido Nicholson protagonista, cambia rotta e, complice un Heath Ledger superbo, ci regala una nuova icona al pari di Jack Torrence di Shining. Ledger infatti fa semplicemente paura: trucco sbavato, denti gialli, risata stridula, vestiti e capelli luridi, la lingua incapace di star ferma, l’andatura barcollante e quelle cicatrici sempre visibili ben in primo piano che non smettono mai di farlo ridere. Un joker punk, fottutamente masochista e schizofrenico, incapace di uccidere Batman perché i due si completano. Nolan non ci dona un criminale, ma semplicemente un pazzo, perché ”alcuni uomini non cercano cose logiche, come il denaro. Non possono essere comprati, comandati o contrattati. Alcuni uomini vogliono solo vedere bruciare il mondo…”: un puro delirio di onnipotenza mista a perversione trasuda la scena in cui Joker dà fuoco alla montagna di banconote.
Ledger, prima di lasciarci, ci ha donato “IL CATTIVO”: quando c’è lui sullo schermo i toni si alzano e Batman, scusatemi, è poco più che una comparsa. Mistico nella scena della matita, geniale dove si traveste da infermiera, esaltante nel discorso che rende Harvey Dent Two Face.
La genesi del Due Facce è perfetta: prima baluardo dell’ordine, di lealtà e giustizia, voglia di normalità in un mondo malato; poi rabbia, amore, dolore e voglia di vendetta prendono il sopravvento incanalati da Joker (il caos per eccellenza) a materializzarsi in una insignificante monetina… “testa vivi, croce muori”.
Wayne/Batman, complice un ottimo Christian Bale, prosegue il percorso di crescita e discesa negli abissi dimostrando un’umanità complessa e profonda per la quale sarà capace di sacrificare molto, anche troppo, finendo per diventare quel cavaliere solitario ed oscuro del titolo.
Qui Gotham City è una metropoli perennemente in bilico, una Babilonia crogiolo ed espressione della perversa natura umana. La sceneggiatura (affidata allo stesso Nolan e suo fratello Jonathan) è un concentrato di eventi e situazioni drammatiche di alto spessore, scandite da un ritmo frenetico che sottopone lo spettatore ad una raffica di emozioni senza soluzione di continuità. E tra un effetto digitale ed un altro ci vengono donate scene d’azione mai banali, con realizzazioni tecniche paragonabili a quelle de Il Ritorno del Re.
Ancora una volta il regista riesce a spremere i propri attori non facendoli sommergere dalla pesante figura del Joker. Perfetto Morgan Freeman, “eroico” Gary Oldman, saggio Michael Caine; Aaron Eckhart è grande nel rendere credibile la genesi del Due Facce. Notevole anche Maggie Gyllenhaal, chiamata a sostituire Katie Holmes, facendola dimenticare in fretta.

Finisce qui questo lungo viaggio in compagnia del nostro amato uomo pipistrello, dando un’occhiata ai progetti futuri legati a Batman e all’altra icona della DC, Superman.
Per ora sappiamo che dovremo attendere ancora due anni per il sequel de Il Cavaliere Oscuro. Nolan, in una lunga intervista al magazine Empire rilasciata nei mesi scorsi, racconta i suoi progetti per il terzo Batman e anche qualche anticipazione riguardo il reboot di Superman. Per il momento sappiamo che il nuovo Superman è atteso nelle sale a Natale 2012, sarà scritto da David S. Goyer, con la regia di Zack Snayder, e vedrà la supervisione di Christopher Nolan (ormai visto come la gallina dalle uova d’oro dalla Warner).
Batman 3, titolo ovviamente provvisorio, verrà scritto dal fratello di Nolan, Jonathan, già occupatosi del soggetto de Il Cavaliere Oscuro e della sceneggiatura di Batman Begins. In un’intervista il regista afferma che Joker non tornerà, e di questo gliene siamo tutti grati. Di seguito un estratto:
No, il personaggio non tornerà. Non mi sento a mio agio a parlarne ancora. Mio fratello Jonathan sta lavorando alla sceneggiatura. Abbiamo creato una storia di cui siamo eccitati. In particolar modo, ci piace dove stiamo portando i personaggi, e il finale di tutto quanto. Ci sono cose che mi eccitano molto per quanto riguarda i personaggi, comunque alla fine ritorna tutto sull’importanza di realizzare un buono script dal quale esca un buon film. E’ la cosa su cui mi concentrerò al massimo prossimamente. Questo film sarà la fine di una storia, piuttosto che qualcosa utile solo a produrre sequel espandendo la storia.

Il regista, dopo aver rivelato quanto sopra, ha commentato quanto la Marvel sta facendo con i suoi cinecomic e l’intenzione di riunire i vari protagonisti (Robert Downey jr/Iron Man, Chris Evan/Capitan America, Chris Hemsworth/ Thor), in un’unica pellicola sui Vendicatori, escludendo la possibilità che la Warner Bros e la Dc Comics possano fare altrettanto.
La Marvel sta facendo quel che sta facendo e la gente risponde a questo molto bene, o non andrebbero avanti su questo percorso. Non è qualcosa che ho escluso a priori, ma i personaggi della Marvel sono molto diversi da quelli della DC. Bisogna tornare a quest’elemento di “Che cosa vedo quando chiudo gli occhi e penso a Batman/Superman?”. E per quanto mi riguarda, gran parte di questo è dato dal loro essere individui. Per me tutto questo ha origine nel fatto che emergano in solitudine. Sono personaggi straordinari in un mondo ordinario.

Invictus

Posted in Intorno ai Film by redblackdevil on agosto 29, 2010

“…Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la pergamena,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima…”

Schermo nero: queste le ultime parole pronunciate da Nelson Mandela (Morgan Freeman) nel film, dopodiché titoli di coda, e un pizzico di rammarico perché il film è finito.

Volevo andare al cinema a vederlo, ma non ho avuto occasione. Dalle critiche che avevo letto si capiva che era un buon film, ma non eccezionale, però non pensavo che potesse prendermi così tanto.
Capiamoci: dopo la quasi eccelsa perfezione di Gran Torino, l’appassionante Changeling e il semplicemente toccante Million Dollar Baby non pensavo che Eastwood avrebbe ancora una volta fatto centro. E invece mi sbagliavo, l’ha fatto e alla sua maniera: con la sensibilità e una maestria tipiche raggiunte anche grazie alle sue 80 primavere. Ed è facile associare il titolo del film alla carriera del regista.
Invictus è una parola latina che significa “mai sconfitto”, ed è proprio così che io vedo Clint. Il nostro non sbaglia un colpo dal 1990? Ora forse non tutti saranno d’accordo, ma critica e incassi un po’ mi danno ragione.

Magari paragonato ai suoi altri lavori può sembrare un film anonimo, in cui forse ha sbagliato, ma credo fermamente che non sia così.

Perché è vero che il film lascia delle domande aperte, è vero che forse Matt Damon non era azzeccatissimo nel ruolo del capitano di rugby, è vero che il film non regala quei cambi di umore tipici di Eastwood, è vero che non approfondisce alcune tematiche, ma personalmente è riuscito a tenermi incollato al divano perché, se è vero tutto quello che ho detto poc’anzi, senza la maestria del buon Clint il film sarebbe stato etichettato come un altro “buonista, scontato e melenso” film sui buoni sentimenti. Invece, la pellicola non scade mai nel banale, riuscendo ad emozionare e commuovere proprio grazie a quello stile essenziale, elegante ed asciutto del regista.

La pellicola è un adattamento per il grande schermo, ad opera di Anthony Peckham, del libro di John Carlin edito in Italia con il titolo Ama il tuo nemico. Dove Eastwood abbandona i toni cupi e pessimistici delle sue precedenti opere, e si lascia andare ad un cauto ottimismo, con tanto di happy-end in grande stile.
Ed è proprio per questo che è facile fraintendere Invictus, e di conseguenza giudicarlo male. In molti si aspettavano un biopic completo su Nelson Mandela, altri si aspettavano un film dichiaratamente “sportivo”, con l’accento ben calcato sul lato più ludico e gladiatorio del rugby; altri lo elogiavano ancor più di me credendo che Eastwood non possa davvero sbagliare un film.
Ma se preso bene nel contesto del cambio di rotta tipico del regista, non ci si può lamentare per nulla.

Ultime note:

– Il film inizia l’11 febbraio 1990, il giorno in cui Nelson Mandela venne scarcerato, dopo 27 anni trascorsi in una cella di cinque metri quadrati nel penitenziario di Robben Island. Si conclude cinque anni dopo, il 24 giugno del 1995, giorno in cui venne disputata la partita decisiva del campionato del mondo di rugby.

– Buona l’interpretazione di Morgan Freeman, che non si limita a ricalcare i gesti ed il modo di muoversi e di parlare del Premio Nobel sudafricano, ma assorbe e fa propria quella gestualità fino a fondere sé stesso con il personaggio.

– Di seguito la poesia che Mandela usa nei giorni di prigionia per darsi forza e che in seguito usa per incoraggiare François Pienaar (Matt Damon).

Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dèi chiunque essi siano
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

(William Ernest Henley)

Ah, in riferimento al modo di interpretare il film, aggiungo solo che se Eastwood avesse focalizzato ancor di più l’attenzione sulla violenza di quegli anni, sull’apartheid e ancor di più sulla storia di Nelson Mandela, il film sarebbe stato un mattone che non avrebbe interessato nessuno, nemmeno chi lo critica. Inoltre, chi cerca qualcosa del genere non farebbe prima a vedersi un documentario?
Per finire, credo anche che il film sia uno stimolo a una riflessione più grande, un aiuto ad iniziare a pensare: non credo che Eastwood si sia abrogato il diritto di fare un film che serve per dimenticare o edulcorare quelle strazianti ferite che ancora sanguinano nel continente africano.