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Vicky Cristina Barcelona

Posted in Intorno ai Film by redblackdevil on gennaio 15, 2011

Vicky Cristina Barcelona è un film del 2008 diretto e scritto da Woody Allen, ultima opera in terra Europea dopo la trilogia di pellicole girate a Londra iniziata, magnificamente, con Match Point e conclusasi malamente con Cassandra’s Dream e prima del ritorno in patria con Basta che funzioni (Whatever Works).

Nell’ottica che ogni buon cinefilo che si rispetti debba conoscere Woody, sono qui a recensire un film di uno dei registi che più rispetto e ammiro. E poi per il semplice fatto che l’ho rivisto di recente e avevo voglia di scrivere.

Il film annovera tra il cast attori di grande rilievo: Scarlett Johansson, Penelope Cruz, Javier Bardem, Rebecca Hall.

Se i primi due nomi non hanno bisogno di presentazioni, certamente gli ultimi due andrebbero un pelo presentati, per cui:
– Javier Bardem: attore spagnolo, primo della sua terra a essere candidato al Premio Oscar, nel 2000, e a conquistarlo, nel 2008, come miglior attore non protagonista nel bellissimo Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen.
– Rebecca Hall: attrice britannica, figlia del regista Peter Hall, fondatore della Royal Shakespeare Company. L’interpretazione nel film di Allen gli vale una nomination come miglior attrice ai Golden Globe 2009 e successivamente sarà al fianco di Colin Firth in Dorian Gray.

Il film narra di “Una calda estate a Barcellona”.
Vicky (Rebecca Hall) e Cristina (Scarlett Johansson), amiche per la pelle totalmente diverse e in cerca di sensazioni diametralmente opposte, vivranno l’avventura di un amore, presentandocelo con occhi differenti, ma pronti ad allinearsi quando cadranno sul sensuale e provocante Juan Antonio (Javier Barden), stravagante pittore che farà perdere loro la testa, ma ancora legato alla pazza ex moglie, María Elena (Penelope Cruz).

Allen porta sullo schermo una filosofica, lenta e macchinosa “favola d’amore”, capace di ubriacare lo spettatore con cascate di vino, fiumi di parole e valanghe di primi piani, dove si assiste  all’esplorazione ironica delle persone e delle dinamiche che ne caratterizzano i rapporti e rendono la pellicola difficilmente giudicabile, con buoni spunti ma non priva di difetti.

La cosa principale che colpisce lo spettatore è come il film abbia la finalità di promuovere le tradizioni enogastronomiche, musicali e culturali di Barcellona regalando una splendida cartolina di 110 minuti della città “immortalata” in tutti i suoi luoghi simbolo, con tanto di escursioni ad Oviedo e dintorni.

Fatto ciò, Woody ha cercato, comunque, di costruire una storia attorno alle “obbligate cartoline produttive”, dando vita ad una sorta di favola filosofica su cosa sia l’amore. Allen fa emergere come tale sentimento sia passione, follia, tradimenti, violenza e gelosia.
Non vi basta? Bene: per il regista l’amore è anche inspiegabile, impulsivo, trasgressivo.
Ma ancora non contento, Allen ci presenta l’amore come autodistruzione allo stato puro e romantico solo se inappagato.
In sostanza l’amore è tutto e niente ed è proprio con questo che gioca il regista, disegnando una storia flebile, lenta fino allo spasmo, ricchissima di dialoghi e di primi piani, molto spesso inutili o superflui.
Come accennato poc’anzi, tra i protagonisti della pellicola abbiamo una sensualissima Scarlett Johansson, presentata come un’ artista all’ eterna ricerca di sé stessa, lunatica, nevrotica, impulsiva, disinibita e pronta sempre e comunque a farsi travolgere dalla passione. Al suo fianco Rebecca Hall, ovviamente totalmente diversa dalla cara amica, essendo felicemente fidanzata, addirittura promessa sposa, posata e sempre con i piedi per terra fino all’arrivo di Javier Bardem.

Mai vista una cosa del genere, per la prima volta su schermo in anteprima mondiale…

Ma continuiamo:
Bardem è un pittore spagnolo dal fascino irresistibile, sfacciato, pronto a vivere la vita giorno per giorno e sessualmente inappagabile.
Il nostro farà perdere la testa ad entrambe le ragazze, dando dimostrazione di come l’amore sia totalmente irrazionale, con Penelope Cruz – magnifica, bellissima, provocante nei panni dell’irruente ex moglie – pronta ad entrare in scena come mina vagante all’interno dello strano trio.
Innegabile come Allen tiri i fili dei suoi burattini prendendo spunto a piene mani dal clichè Bohemien, disegnando lui come un pittore, la Johansson come attrice/regista fallita trasformatasi nel giro di un mese in una magnifica fotografa perché “artista dentro”, e la Hall come appassionata d’architettura spagnola.
Woody chiude il clichè e inizia a dispensare bicchieri di vino lungo tutto l’arco della pellicola, impreziosendo il tutto con una onnipresente e fastidiosa voce narrante che ha l’adolescenziale e primitivo istinto di didascalizzare concetti che non ne hanno bisogno, segnando in maniera più pesante come il film sia una favola, raccontata a noi spettatori.

Quando uscì il film si parlò di una scena forte: ovvero la scena lesbo tra la Johansson e la Cruz. Ehm, beh… Che fine ha fatto tale scena? Ah, sì, giusto: quel bacetto casto di poco meno di 10 secondi che si scambiano le due… Mera pubblicità!

Non che il film lo volessi vedere per quello, ma quando si presenta un film dove l’amore dovrebbe essere tutto quello sopra detto e dove il “sesso” è il collante tra le relazioni interpersonali e nell’intera pellicola non compare MAI, beh, ecco, rimane un senso di incompletezza. Woody ha messo tanta carne al fuoco, ma non l’ha saputa cuocere nella maniera corretta.

Come dicevo, la sensazione finale è quella di un film incompleto, eccessivamente lento, che non tocca i toni “da commedia alleniana” né quelli particolarmente romantici, finendo in un limbo dove una copertina lucida è stampata su carta grezza.
Sia chiaro: il film nel complesso rimane godibile, e ci sono alcuni momenti interessanti con alcuni dialoghi fulminanti, e l’interazione tra tutti gli attori è buonissima, ma da Allen ci si deve aspettare qualcosina di più.
In sostanza un buon prodotto se si vuole passare un po’ di tempo senza troppi pensieri e senza ricordarsi che si sta vedendo un film di Woody Allen.

Chiudo facendo una riflessione sugli ultimi anni del regista:
Pare solo a me o Allen si sta trasformando in una “catena di montaggio” da comprare al miglior prezzo perché capace di adattare il suo “logo” al produttore di turno e alla città pronta ad accoglierlo a braccia aperte, riempiendolo di soldi?
Non che ci sia qualcosa di male, ma in dieci anni di ottimo c’è stato solo Match Point. Quanto devo aspettare per il ritorno del VERO Woody?

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Batman cinecomics [seconda parte]

Posted in Divagazioni, Intorno ai Film by redblackdevil on settembre 23, 2010

Prosegue la carrellata cominciata nella prima parte dell’articolo dove avevamo lasciato il nostro eroe avvilito e distrutto da quel coso inguardabile chiamato Batman & Robin. Ci sono voluti otto anni per digerire quel boccone amaro e arriviamo finalmente al 2005, l’anno della grande rinascita dell’uomo pipistrello ad opera di uno dei più bravi registi del panorama della settima arte.

Batman Begins è il quinto film dedicato al celebre supereroe ideato da Bob Kane. In molti si saranno posti la mia stessa domanda: “Di nuovo un film su Batman? Perché farne un altro?”
Beh, Batman Begins ha saputo rispondere in maniera molto esaustiva raccontando, in maniera a dir poco pregevole, una parte nuova della storia di Bruce Wayne, ovvero la sua nascita.
La sceneggiatura, scritta a quattro mani dal regista e da David Goyer (abile scrittore ma pessimo regista, vedi la trilogia di Blade) parte proprio dall’infanzia di Bruce (interpretato ottimamente da Christian Bale) raccontando i due avvenimenti fondamentali per la genesi dell’eroe: la caduta in un pozzo pieno di pipistrelli e l’omicidio dei suoi genitori.
Questi due eventi, strettamente legati tra loro, porteranno Bruce a vivere sempre in preda al rancore e al senso di colpa, finché, diventato adulto, non deciderà di andare in giro per il mondo per imparare come combattere l’ingiustizia.
Giunto nel Buthan, Bruce incontrerà un maestro di arti marziali miste a dottrine filosofiche (Liam Neeson), che gli insegnerà a carpire la mentalità criminale per combatterla.
Tornato a Gotham City e constatato il degrado della città, darà forma e sostanza alla sua maturazione con l’aiuto del fedele maggiordomo Alfred (Michael Caine) e dello scienziato Lucius Fox (Morgan Freeman).
Nolan prende la sua strada ed il taglio con il passato è netto ma necessario, nonché salutare: Gotham City non è né dark né pop ma fascinosamente realistica; l’uso massiccio di soggettive e semisoggettive, soprattutto nei momenti di maggior azione, segna uno stile nuovo nel modo di raccontare i supereroi, non più lontane icone impalpabili ma personaggi con i quali immedesimarsi. Se si considera inoltre che Batman è un “semplice” umano senza superpoteri, tale scelta si colloca perfettamente all’interno di un più ampio impianto formale.
Emozionante la scena in cui Bruce “fa il bagno di pipistrelli”: chiaro come il regista abbia voluto simboleggiare l’unione indissolubile dell’uomo con la sua maschera. E tutti gli altri simboli e i richiami alla filosofia? Grazie ad essi ci vengono spiegate molte delle particolarità di questo eroe senza super poteri: da dove arrivano gli apparecchi di alta tecnologia che usa, la Bat-mobile, il costume, il mantello e soprattutto le motivazioni che lo spingono a scegliere di combattere la criminalità sotto mentite spoglie.
La psicologia e la caratterizzazione del personaggio di Bruce Wayne sono scandagliate fin nei minimi particolari. Il regista ci presenta il vero Batman: non un eroe senza macchia, ma un uomo che cerca di indirizzare i propri difetti verso il bene.
Nella pellicola si fa spesso riferimento a concetti quali la paura – filo conduttore del film – il rimorso, la collera e la volontà, tutte cose che fanno muovere il mondo e alle quali sono legati tutti i personaggi. Un cast che è riuscito ad esprimersi in maniera incredibile, in cui compaiono anche Gary Oldman, nel ruolo del detective Jim Gordon, e Katie Holmes, che interpreta l’unico personaggio non presente nei fumetti, Rachel Dawes, amica di infanzia di Bruce.

E finalmente arriviamo al 2008: epico, sontuoso, ambizioso, coraggioso, rischioso, disperato, violento, profumato di Oscar e venato di leggenda: arriva Il Cavaliere Oscuro, firmato ancora da Christopher Nolan.
La pellicola entra di diritto nella storia della settima arte: Nolan realizza il miglior Batman di sempre, il miglior film dell’anno e l’esempio perfetto di come si possa fare un blockbuster d’autore, riuscendo ad accontentare gli amanti di diversi generi.
Frasi emblematiche come “Alcuni uomini vogliono solo bruciare il mondo” e “O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare cattivo” raccolgono l’essenza, la filosofia, la magia di questo nuovo episodio delle gesta dell’eroe Umano Batman.
Ancora una volta Nolan fa scelte azzardate che lo ripagano in pieno come la decisione di improntare sulla figura di Joker tutta l’opera, intento chiaro fin dal meraviglioso prologo della rapina. Joker rappresenta essenzialmente un aspetto molto affascinante della paura: il caos. La carta da gioco, nonché lo stesso personaggio, portano scompiglio all’interno dell’ordine e delle regole.
Nolan rispetto a Burton, che portò sullo schermo un Joker ironico e dandy, con uno splendido Nicholson protagonista, cambia rotta e, complice un Heath Ledger superbo, ci regala una nuova icona al pari di Jack Torrence di Shining. Ledger infatti fa semplicemente paura: trucco sbavato, denti gialli, risata stridula, vestiti e capelli luridi, la lingua incapace di star ferma, l’andatura barcollante e quelle cicatrici sempre visibili ben in primo piano che non smettono mai di farlo ridere. Un joker punk, fottutamente masochista e schizofrenico, incapace di uccidere Batman perché i due si completano. Nolan non ci dona un criminale, ma semplicemente un pazzo, perché ”alcuni uomini non cercano cose logiche, come il denaro. Non possono essere comprati, comandati o contrattati. Alcuni uomini vogliono solo vedere bruciare il mondo…”: un puro delirio di onnipotenza mista a perversione trasuda la scena in cui Joker dà fuoco alla montagna di banconote.
Ledger, prima di lasciarci, ci ha donato “IL CATTIVO”: quando c’è lui sullo schermo i toni si alzano e Batman, scusatemi, è poco più che una comparsa. Mistico nella scena della matita, geniale dove si traveste da infermiera, esaltante nel discorso che rende Harvey Dent Two Face.
La genesi del Due Facce è perfetta: prima baluardo dell’ordine, di lealtà e giustizia, voglia di normalità in un mondo malato; poi rabbia, amore, dolore e voglia di vendetta prendono il sopravvento incanalati da Joker (il caos per eccellenza) a materializzarsi in una insignificante monetina… “testa vivi, croce muori”.
Wayne/Batman, complice un ottimo Christian Bale, prosegue il percorso di crescita e discesa negli abissi dimostrando un’umanità complessa e profonda per la quale sarà capace di sacrificare molto, anche troppo, finendo per diventare quel cavaliere solitario ed oscuro del titolo.
Qui Gotham City è una metropoli perennemente in bilico, una Babilonia crogiolo ed espressione della perversa natura umana. La sceneggiatura (affidata allo stesso Nolan e suo fratello Jonathan) è un concentrato di eventi e situazioni drammatiche di alto spessore, scandite da un ritmo frenetico che sottopone lo spettatore ad una raffica di emozioni senza soluzione di continuità. E tra un effetto digitale ed un altro ci vengono donate scene d’azione mai banali, con realizzazioni tecniche paragonabili a quelle de Il Ritorno del Re.
Ancora una volta il regista riesce a spremere i propri attori non facendoli sommergere dalla pesante figura del Joker. Perfetto Morgan Freeman, “eroico” Gary Oldman, saggio Michael Caine; Aaron Eckhart è grande nel rendere credibile la genesi del Due Facce. Notevole anche Maggie Gyllenhaal, chiamata a sostituire Katie Holmes, facendola dimenticare in fretta.

Finisce qui questo lungo viaggio in compagnia del nostro amato uomo pipistrello, dando un’occhiata ai progetti futuri legati a Batman e all’altra icona della DC, Superman.
Per ora sappiamo che dovremo attendere ancora due anni per il sequel de Il Cavaliere Oscuro. Nolan, in una lunga intervista al magazine Empire rilasciata nei mesi scorsi, racconta i suoi progetti per il terzo Batman e anche qualche anticipazione riguardo il reboot di Superman. Per il momento sappiamo che il nuovo Superman è atteso nelle sale a Natale 2012, sarà scritto da David S. Goyer, con la regia di Zack Snayder, e vedrà la supervisione di Christopher Nolan (ormai visto come la gallina dalle uova d’oro dalla Warner).
Batman 3, titolo ovviamente provvisorio, verrà scritto dal fratello di Nolan, Jonathan, già occupatosi del soggetto de Il Cavaliere Oscuro e della sceneggiatura di Batman Begins. In un’intervista il regista afferma che Joker non tornerà, e di questo gliene siamo tutti grati. Di seguito un estratto:
No, il personaggio non tornerà. Non mi sento a mio agio a parlarne ancora. Mio fratello Jonathan sta lavorando alla sceneggiatura. Abbiamo creato una storia di cui siamo eccitati. In particolar modo, ci piace dove stiamo portando i personaggi, e il finale di tutto quanto. Ci sono cose che mi eccitano molto per quanto riguarda i personaggi, comunque alla fine ritorna tutto sull’importanza di realizzare un buono script dal quale esca un buon film. E’ la cosa su cui mi concentrerò al massimo prossimamente. Questo film sarà la fine di una storia, piuttosto che qualcosa utile solo a produrre sequel espandendo la storia.

Il regista, dopo aver rivelato quanto sopra, ha commentato quanto la Marvel sta facendo con i suoi cinecomic e l’intenzione di riunire i vari protagonisti (Robert Downey jr/Iron Man, Chris Evan/Capitan America, Chris Hemsworth/ Thor), in un’unica pellicola sui Vendicatori, escludendo la possibilità che la Warner Bros e la Dc Comics possano fare altrettanto.
La Marvel sta facendo quel che sta facendo e la gente risponde a questo molto bene, o non andrebbero avanti su questo percorso. Non è qualcosa che ho escluso a priori, ma i personaggi della Marvel sono molto diversi da quelli della DC. Bisogna tornare a quest’elemento di “Che cosa vedo quando chiudo gli occhi e penso a Batman/Superman?”. E per quanto mi riguarda, gran parte di questo è dato dal loro essere individui. Per me tutto questo ha origine nel fatto che emergano in solitudine. Sono personaggi straordinari in un mondo ordinario.

Halo Legends

Posted in Divagazioni by redblackdevil on agosto 20, 2010

Genere: Animazione
Titolo originale: Halo Legends
Nazione: Stati Uniti, Giappone
Anno produzione: 2010
Release: 16 febbraio 2010
Durata: 119′
Regia: Frank O’Connor, Joseph Chou
Produttori: Ross Bonnie, John Ledford
Produzione: Studio 4°C Production I.G, Casio Entertainment, Toei Animation, Bones, Warner Bros, 343 Industries
Distribuzione: Warner Home Video
Sceneggiatori: Hiroyuki Kawasaki, Ryan Morris, Naruki Nagakawa, Daisuke Nishio, Frank O’Connor, Dai Sato, Megumi Shimizu, Eiji Umehara, Hiroshi Yamazaki

Sette storie per Otto corti di Cinque studi:
Aka: la matematica è un’opinione. Welcome in Halo Legends

Cinque studi d’animazione giapponese, BONES, Casio Entertainment, Production I.G, Studio 4°C e Toei Animation, si sono occupati dell’animazione di Halo Legends.
Un’antologia in DVD e BD di sette corti per otto episodi basati sulla franchise del videogame sviluppato da Bungie e prodotto dalla Microsoft Studios.

Prima di Legends:
Stiamo vivendo in un periodo dove il potere economico-commerciale di svariati prodotti – fra cui Halo – è tale da imporsi anche in forme espressive parallele o complementari a quelle del semplice videogioco. Precursore ed esempio è il famoso Star Wars di George Lucas.
Microsoft, con la sua 343 Industries, ha saputo sfruttare nel migliore dei modi il Fenomeno Halo, dando origine a sequel, spin-off, romanzi, action figure, fumetti e prodotti audiovisivi.
Tra questi ultimi è contemplato il titolo che andremo ad analizzare.

Legends:
Halo Legends ci racconta storie precedenti o parallele rispetto ai videogiochi, utili a farci comprendere quegli aspetti rimasti finora oscuri o ad aggiungere nuovi dettagli che espandono l’universo narrativo (già non piccolo di suo).

Un’idea rischiosa, considerando la vasta schiera di fan che il titolo deve soddisfare e sappiamo tutti quanto noi fan siamo ipercritici con i prodotti che ci appassionano, a tal punto da considerarci quasi Fan Boy.

Da fan, possessore dei giochi, del film, di action figure e di vestiario, posso dire che il prodotto è ben riuscito. È vero che bisogna essere propensi anche a ritmi e toni dilatati nel tempo ed introspettivi… In sintesi, si tratta di un sostanziale distaccamento dal classico stile di Halo. Nonostante tale differenza, spettacolo e azione non mancano.
La coniugazione fra materiale occidentale ed esecuzione orientale apre risultati interessanti, dove gli autori giapponesi reinterpretano i personaggi di Halo secondo “i propri” gusti e sensibilità.

Dalla visione traspare come il conflitto venga considerato da una prospettiva pacifista, marcando come in una guerra non esistano vincitori, ma solo vittime, e gli alieni Covenant sono oggetto di una rilettura ispirata alla dottrina samurai.

Gli episodi:
in sequenza troverete: Titolo, Studio, Voto a: storia/disegno/emotività

“La babysitter„
Studio 4°C
7 / 7 / 7
Prodotto da Eiko Tanaka e diretto da Toshiyuki Kanno.
Brevemente, la storia vede come protagonista uno SPARTAN-II che segue e dà supporto alla missione di una squadra orbitale, nelle cui schiere i più fedeli riconosceranno un omaggio a ODST.
Non dico altro se no rovino la sorpresa a chi lo deve ancora vedere.
E va bene, vi dico che c’è anche uno scontro niente male.

“Il duello„
Production I.G
7.5 / 9 / 8
Prodotto da Mitsuhisa Ishikawa e diretto da Hiroshi Yamazaki, con controllo creativo di Mamoru Oshii.
La storia segue un Arbiter che non vuole seguire la religione dei Covenant e per questo viene accusato di eresia da un profeta.
Vi chiederete perché 9 al disegno: beh, è mera e semplice poesia fatta animazione. Siamo di fronte a una pittura a olio animata in digitale che restituisce l’impressione di un dipinto in movimento.
Arte, fottuta arte.

“Il pacchetto„
Casio Entertainment
6.5 / 6.5 / 6
A bordo di una nave umana un gruppo di Spartans (tra cui il caro John-117) riceve istruzioni da un funzionario dell’intelligence circa la loro missione: una flotta dei Covenant sta trasportando “un pacchetto importante„ che gli Spartans devono riprendersi.
Non c’è molto altro da dire se non che c’è una gran dose di azione. Forse il più “cazzuto” in termini di combattimenti “ignoranti”.

“Origini„
Studio 4°C
8 / 7 / 8
L’intelligenza artificiale Cortana e il Master Chief sono incagliati, dopo gli eventi di Halo 3, sulla nave Forward Unto Dawn. Qui Cortana viene a conoscenza della storia dei Precursori, della prima grande invasione dei Flood e degli Halo.
La seconda parte “delle origini„ segue l’aumento della civilizzazione umana, l’esplorazione e la colonizzazione dell’umanità di altri mondi coincidente con l’espansione dei Covenant. Il resto è storia.

“Le origini„ sono i primi due episodi delle sette storie raccolte e sono un buon modo per il neofita di affacciarsi ed immergersi in questo fantastico universo.

“Ritorno a casa„
Bee Train/Production I.G
7 / 7 / 7.5
Prodotto da Koichi Mashimo, scritto da Hiroyuki Kawasaki e da Koji, diretto da Sawai.
La storia vede protagonista una marine dell’UNSC e la sua squadra alle prese in uno scontro con i Covenant. Nel mezzo, un flashback sulla fuga della marine durante il suo addestramento come Spartan e il suo ritorno a casa.
Episodio intenso che ci rivela i retroscena dell’addestramento da Spartan. E molto altro.

“Prototipo„
Studio Bones
6.5 / 7 / 6.5
In questo episodio faremo la conoscenza del sergente Fantasma, della sua storia e del suo riscatto dalle vicende di un vicino passato che lo tormentano.
Animato da Studio Bones, diretto da Tomoki Kyoda Yasushi Muraki, production designs di Shinji Aramaki.

“Quello dispari fuori„
Toei Animation
6.5 / 6.5 / 7
Scritta e diretta da Daisuke Nishio.

Parodia dell’universo Halo. L’azione si svolge su un pianeta non meglio specificato. 1337 e John-117 sono a bordo di una nave, diretti verso un punto di raccolta, ma 1337 inavvertitamente scivola dalla nave e si ritrova da solo sul pianeta… Beh, da solo no. E’ in ottima compagnia: dinosauri da una parte e un gruppo di strambi ragazzini dall’altra! I Covenant ne approfittano e spediscono sul suolo la loro ultima arma, un guerriero bestiale denominato Pluton. 1337 ed i ragazzi affronteranno Pluton con non poche difficoltà, ma solo dopo l’intervento di mamma la situazione si risolverà.

Come si nota ho dato voti bassi e altalenanti analizzando ogni singolo episodio, ma nel complesso e nella durata totale dimostrano un buon dinamismo, dettato anche dalla scelta temporale d’inserimento di ogni episodio. Quindi nel complesso direi che il prodotto si merita tranquillamente il 7.5.

Edizione DVD e Blu-Ray Disc:

Caratteristiche tecniche
Formato video: 1.85:1 16/9 (1080p HD)
Formato audio: inglese, italiano, tedesco, spagnolo, francese Dolby Digital 5.1
Sottotitoli: inglese, italiano, spagnolo, norvegese, finlandese, danese, portoghese, francese, svedese, cinese, olandese, greco

La Warner propone un’edizione Blu-ray di ottimo livello, che permette di godere appieno dei sette cortometraggi con una notevole qualità dell’immagine e del comparto audio, che sfrutta adeguatamente i canali laterali nelle sequenze di maggiore dinamismo.

Contenuti speciali:
Il making of di Halo Legends
Introduzione ai corti, con dettagli sulla realizzazione delle varie sequenze.
Halo: la storia finora
Frank O’Connor commenta le vicende narrate nella saga di Halo fino alla fine del terzo capitolo.
Commento audio
Il commento ad Halo Legends dei registi Frank O’Connor e Joseph Chou.
Halo: evoluzione del progetto
La presentazione del “fenomeno Halo”, dalla sua nascita come videogioco per X-box fino alla sua evoluzione in franchise multimediale.

In sostanza:
Consigliato a tutti i fan e a chi vuole entrare in punta di piedi nell’universo Halo.

Dal mondo di Halo giungono sette storie, per un totale di otto episodi. Tra azione e sentimenti, avventura e sacrificio, questi racconti consentono di scoprire nuovi dettagli riguardanti la saga, con retroscena e vicende parallele, permettendo al contempo di esplorare dimensioni e punti di vista finora inediti.
Il tutto in una qualità di indubbio valore con punte di eccellenza (vedi sopra) che vi saprà intrattenere e coinvolgere per i suoi 119 minuti di visione.

Voto: 8

Prince of Persia

Posted in Divagazioni, Intorno ai Film by redblackdevil on luglio 8, 2010

Un articolo a quattro mani per ricordare un pezzo di storia videoludica ed analizzare il nuovo film tratto dal famosissimo gioco

Dopo un breve ed esaustivo excursus sul famoso videogame che tanto ci ha appassionati durante la nostra crescita di videogiocatori, esamineremo il film con gli occhi di tre utenti differenti:

a) Uno che non ha mai giocato al gioco (Red-OcchioProfano)
b) Uno che ha giocato alle Sabbie del tempo (Red-OcchioGamer)
c) Uno che guarda il film per quello che è, che sia tratto da una tragedia di Shakespeare o dal più ignobile degli scribacchini (Cape)

Se volete andare direttamente alle recensioni, altrimenti …

C’era una volta la trilogia classica:
  1. Prince of  Persia nasce come videogioco pubblicato da Brøderbund nel lontano 1989 e con sé porta numerose novità, tra cui la  tecnica del rotoscoping e i combattimenti con le spade.
  2. Nel 1993 esce il seguito, Prince of Persia 2: The Shadow and the Flame. La grafica migliorata e la possibilità di salvare il gioco sono le differenze principali con il primo capitolo.
  3. Nel 1999 esce Prince of Persia 3D ,versione 3D del titolo. A differenza dei predecessori, fu un flop clamoroso a causa di una serie di bug che si portava appresso.
… poi venne la Trilogia Le Sabbie del Tempo:
  1. Prince of Persia: Le sabbie del tempo (Prince Of Persia: The Sands of Time), edito da Ubisoft nel 2003. Ideato come remake della prima saga di Prince of Persia. Il titolo riscosse un immediato successo, rivoluzionando altri videogiochi dello stesso genere. ( A breve ne parleremo in maniera un pelo più dettagliata per capire cosa un videogiocatore si sarebbe aspettato dal film).
  2. Ubisoft nel 2004 rilascia Prince of Persia: Spirito guerriero (Warrior Within), secondo capitolo della nuova serie di Prince of Persia. Caratterizzato da un’ambientazione più cupa e grafica migliorata.
  3. 2005: Ubisoft  consegna ai propri utenti Prince of Persia: I due troni (The Two Thrones). Ultimo capitolo della trilogia. Viene caratterizzato dalla ripresa dei toni solari del primo episodio. Per Wii e PSP viene pubblicato come  Prince of Persia: Rival Swords.
  • Prince of Persia: Le Sabbie Dimenticate (The Forgotten Sands) è l’ottavo capitolo della saga. Il titolo si colloca tra Prince of Persia: Le Sabbie del Tempo e Prince of Persia: Spirito Guerriero

…e in ultimo:

  1. Nel 2008, sempre da Ubisoft, esce Prince of Persia, il settimo capitolo della serie, che si discosta dai predecessori per stile grafico, ambientazione, personaggi e alcune caratteristiche del gameplay.
…ma c’è anche:
  • Battles of Prince of Persia  · Prince of Persia Classic  · The Fallen King  · Harem Adventures.

Questa la carrellata dei giochi che ha portato successo e fama al Principe di Persia. Grazie ad essa il produttore di molti successi commerciali, Jerry Bruckheimer, ha deciso, in collaborazione con la Walt Disney Pictures che si occupa della distribuzione, di realizzare un film. Ma prima, un po’ di storia…
Prince of Persia: Le sabbie del tempo (il gioco)
In  viaggio verso il sultanato di Azad, il Re Shahraman e suo figlio Dastan sconfiggono un potente Maharajah indiano, con la promessa di onore e gloria. Dopo aver saccheggiato la città, nella stanza del tesoro rinvengono una gigantesca clessidra piena di sabbia (le magiche Sabbie del Tempo), un misterioso Pugnale e la figlia del Maharajah, Farah.
Continuando il viaggio verso Azad, il vecchio Visir Zervan, che aveva tradito il Maharajah e aiutato il re in cambio di una parte del bottino, chiede di avere il Pugnale, ma Shahraman rifiuta di togliere a suo figlio il bottino della sua prima battaglia. Così il Visir, che desidera diventare immortale e prendere il controllo del Tempo, inganna il Principe facendogli aprire la Clessidra, mentre Shahraman la mostra al sultano di Azad. Usando il pugnale sulla Clessidra, Dastan libera le Sabbie, che distruggono il palazzo e trasformano gli esseri viventi in mostri di sabbia. Solo il Principe, il Visir e la Principessa Farah, con pochi altri, rimangono immutati.
Per riparare al cazzo di casino causato, il Principe, aiutato da Farah, cerca di annullare gli effetti delle Sabbie usando i poteri del Pugnale, mentre Zervan guida contro di loro i mostri di sabbia. Il pugnale inoltre conferisce il potere di controllare limitatamente lo scorrere del tempo e di uccidere i mostri di sabbia. Farah e il Principe si infatuano l’uno dell’altra, tuttavia il Principe sospetta che Farah stia cercando di rubargli il Pugnale. Non appena i due ritrovano la Clessidra, il Principe esita prima di richiudere le Sabbie e il Visir usa la sua magia per rinchiuderli entrambi in una tomba. Quindi, Farah prende il Pugnale e cerca di far ritornare le Sabbie nella Clessidra da sola. Quando il Principe la raggiunge, lei è attaccata dalle creature di sabbia, e muore precipitando dalla Camera della Clessidra senza che il Principe riesca a salvarla.
Il Principe, disperato, usa il Pugnale per rinchiudere le Sabbie nella Clessidra, riavvolgendo il tempo a prima della battaglia contro il Maharajah. Il Principe quindi si risveglia nell’accampamento con il Pugnale del Tempo e si avvia verso la camera da letto di Farah per raccontarle tutti gli avvenimenti futuri. Ma non appena il Principe le racconta la sua storia, il Visir, che ancora desidera ardentemente il Pugnale e la vita eterna, cerca di ucciderlo. Dopo averlo sconfitto e impedito l’apertura della Clessidra, il Principe riconsegna il Pugnale a Farah, che gli chiede perché avesse inventato una storia così assurda e lui le risponde baciandola, ma, subito dopo, riavvolge il tempo fino al momento prima del bacio e questa volta le risponde dicendole che non è nient’altro che una storia.
Ok, scusate la prolissità dell’articolo, ma mi pareva giusto dare un minimo di background alla storia.

Ed ora il film (era ora…):
Nei territori dell’antica Persia, il piccolo Dastan è un orfano che viene sorpreso a rubare una mela al mercato. Il re Shahraman, presente alla scena,  nota con ammirazione il coraggio e l’incredibile destrezza del ragazzo, decidendo così di accoglierlo a palazzo.
Sedici anni dopo, Dastan, rimasto fedele a sé stesso, viene considerato un nobile principe di Persia assieme ai due diretti discendenti del re, Tus e Garsiv.
Quando lo zio Nizam annuncia che nella città santa di Alamut vengono nascoste armi per i nemici della Persia, i tre principi conducono un attacco alla città e la espugnano, soprattutto grazie all’intervento di Dastan. La principessa di Alamut, la bella Tamina, respinge le accuse dell’esercito invasore, ma le sue maggiori preoccupazioni sono rivolte verso un pugnale dal manico in vetro sottratto durante la battaglia dal giovane principe.
In seguito il principe Dastan vede morire per una losca macchinazione suo padre. Accusato ingiustamente dell’omicidio, scopre con la principessa Tamina che il complotto è stato ordito allo scopo di mettere le mani sulle mitiche Sabbie del Tempo e sul pugnale dal manico di vetro. Con l’aiuto delle proprie straordinarie capacità di guerriero, di Tamina e di uno sceicco bizzarro, cercherà di salvare la situazione prima che la storia della sua casata sia riscritta.
Questa la sinossi del film, veniamo finalmente alle tre recensioni.
Red-OcchioProfano:
Aka: recensione per chi non ha giocato…
All’occhio di un profano della serie il film risulta ben godibile. Facendo poco i difficili il divertimento c’è tutto. L’evasione è assicurata. Il film risulta funzionale sotto molti dei suoi aspetti, la storia e la sceneggiatura risultano ben congeniate.
Da notare che la sceneggiatura originale del film è stata scritta dall’ideatore del videogioco, Jordan Mechner. Tramite Wikipedia vengo a conoscenza che successivamente ha subito delle aggiunte dallo sceneggiatore Jeffrey Nachmanoff.
Anche il comparto artistico delle location e degli effetti speciali risultano di indubbio livello. Molto bella la Alamut ricostruita in un Marocco che ha saputo regalare momenti di luce incantevoli. Altrettanto belli, come dicevo, gli effetti speciali, per nulla invasivi o troppo esagerati. In sostanza regalano al film una meccanica che arricchisce una fotografia laccata, accademica senza troppi spunti visivi degni di nota.
Pecca la poca originalità delle battute, che in alcuni casi rasentano il ridicolo sembrando scritte da Topo Gigio.
Sugli attori poco da dire se non che Jake Gyllenhaal (Dastan) e Gemma Arterton (Tamina) risultano, quasi, credibili e ben azzeccati nei loro ruoli. Gyllenhaal risulta anche simpatico in virtù della sua spavalderia da fanfarone. Alfred Molina, il classico cattivo-cinico che si redime e diventa il più prezioso supporter della parte giusta sembra spaesato, ma essendo un buon attore comunque si salva con la sufficenza. Il personaggio di Ben Kingsley (Nizam) probabilmente lascia un po’ stupefatti per la facilità con cui viene affrontato.
Nel complesso, ripeto, il film è un buon blockbuster da intrattenimento che sa far passare l’ora di visione.
Voto: 6.5
Red-OcchioGamer:
Aka: recensione sul gusto personale di chi ha giocato alle Sabbie del Tempo.
Utilizziamo il potere delle sabbie e torniamo al lontano, ma non troppo, 2004: la Disney con Bruckheimer acquistano i diritti televisivi del gioco uscito solo l’anno prima. Jordan Mechner viene chiamato a scrivere la sceneggiatura per il film.
Stacco col potere delle sabbia e andiamo nel 2006: la Disney incarica Jeffrey Nachmanoff di riscrivere la sceneggiatura.
Stacco, andiamo nel 2007 (figata ‘ste sabbie): Disney annuncia il film per giugno 2009 con alla regia Michael “Transformers” Bay.
Stacco… presente, circa: il 19 Maggio 2010 esce nelle sale italiane il film. Dopo le prime indiscrezioni su Bay, alla regia si conferma Mike Newell… Terrore.
Il duo formato dalla Disney e dal “Re Mida” hollywoodiano Jerry Bruckheimer era facilmente prevedibile, che potesse essere pericoloso anche. Quando poi è stato designato alla regia di questo  “Prince of Persia” Mike Newell, che ormai pare aver perso la sua vena artistica, il dubbio che si trattasse di una produzione pericolosa è diventato quasi una certezza.
Purtroppo i peggiori timori si sono rivelati veritieri.
La pellicola si rivela fin dalle primissime scene come un’operazione commerciale che non ha un chiaro centro estetico e narrativo. La storia viene raccontata come un videogioco, con una serie di scene che sembrano i vari livelli da superare per accedere ad una fase successiva dell’avventura, senza però ricordare il Prince of Persia del gioco. La sceneggiatura non riesce mai a proporre una situazione originale o dei dialoghi sufficientemente spigliati capaci di dare un ritmo più cadenzato allo sviluppo dell’azione. Dialoghi? Qualcuno ha detto “Topo Gigio”? “Potevamo stare bene insieme”? Ma se schiacci il bottone sai cosa faccio?
Rimando alla wikipedia italiana per una dichiarazione di  Jordan Mechner:

« Piuttosto che adattare in tutto e per tutto il videogioco, stiamo pensando di aggiungere elementi nuovi e di toglierne alcuni presenti nel videogioco, creando così una nuova storia; proprio come si è fatto con l’attrazione Pirati dei Caraibi di Disneyland all’adattamento cinematografico. »

Letto questo la mia aspettativa era di vedere qualcosa che non assomigliasse al gioco, una storia nuova e interessante che arricchisse la già stupenda saga del principe (le mie orecchie fischiano… Halo Legends…) e non un film che si trascinasse così.
Inoltre, dato che i nomi del re e del principe erano fedeli al gioco, perché la principessa l’hanno dovuta chiamare diversamente? Vero, la storia è completamente diversa, è una chiara ispirazione a “Le sabbie del tempo”, ma sopra leggo “non voler adattare in tutto e per tutto”… il che significa che un minimo di richiamo ci doveva essere. Invece nulla, a parte i nomi di 2 persone e il pugnale. Beh, di adattamento non si può parlare. Mi ricorda molto quanto visto per il film di Eragon… e con ciò mi pare di essere stato chiaro.
Avrei preferito che il sottotitolo non fosse stato Le sabbie del tempo, ma che fosse rimasto solo Prince of Persia. Il perché è semplice: ogni videogiocatore che ha in memoria le vicende del gioco, anche se va a vedere il film consapevole di non trovarsi dinanzi alla storia del gioco, comunque inconsciamente fa un continuo confronto e rimando con esso, se legge Le sabbie del tempo, e il risultato è demoralizzante.
A livello puramente cinematografico, Newell nel complesso non riesce a trovare spunti visivi degni di nota a causa di scene accademiche e verniciate, nonostante in determinati momenti ci regali inquadrature degne di nota. Altro difetto è il montaggio fumoso che impedisce all’azione di “scatenarsi” nella maniera adeguata nei momenti di maggior adrenalina.
A chiudere il tutto abbiamo un Gyllenhaal spaccone capace di divertire nel ruolo che ricopre; la Arterton in alcune scene pare imbambolata e impacciata, mentre in altre sembra perfetta nel ruolo della principessa testarda. Molina soffre un po’ dello stesso problema della Arterton, ma con l’esperienza che lo contraddistingue riesce a superare gli impacci, divertendo anche lo spettatore in diversi momenti. Ma non sempre le ciambelle escono col buco e quindi abbiamo Kingsley che non riesce a incidere, risultando quasi la sua stessa ombra, nonostante stiamo parlando dell’Itzhak Stern di  Schindler’s list (nomination all’Oscar come attore non protagonista) e del Mahatma Gandhi nel film omonimo (Oscar miglior attore protagonista).
Sulle location e sugli effetti speciali nulla da rilevare, belle le prime e ben fatti i secondi.
Voto: 4.5
Cape:
Il film è esattamente come me lo aspettavo. Insomma, dall’accoppiata Jerry Bruckheimer e Disney cosa vi aspettate, se non un perfetto mix di azione, attori bellocci, inseguimenti, eplosioni, effetti speciali e pose plastiche dal primo e buoni sentimenti, principi e principesse, regni incantati e tutto a misura di famiglia con tanto di lieto fine dal secondo? Prince of Persia è tutto questo! Purtroppo il punto debole dell’operazione è la sceneggiatura, che saccheggia a piene mani tutto il repertorio del genere senza sforzarsi di uscire un millimetro dai binari di una narrazione talmente scontata da essere imbarazzante, tanto che è inutile, anche solo per render l’idea, elencare i cliché che via via scandiscono la vicenda. E se questo non bastasse, aggiungete anche dei dialoghi spesso ridicoli (sottolineo ridicoli e non comici!) ed un’odiosissima vena didascalica che è un insulto persino all’intelligenza di un bambino (frasi del tipo: “ma allora se premo questo pulsante posso riavvolgere il tempo…” detto dopo che il protagonista l’ha fatto tre volte di fila e anche la confezione di pop-corn che ho sulle ginocchia comincia ad intuire la cosa). La regia ce la mette tutta per sopperire a questo scempio e devo dire che ci riesce egregiamente sfoggiando uno stile personale fatto di piani stretti e inquadrature che ben si addicono alla dinamicità del protagonista; certo, a volte si lascia andare in discutibili ralenti, volti più che altro a far sospirare le ragazzine in sala regalando al fascinoso e scolpito attore qualche bella posa da poster/calendario. Se la recensione finisse qui il giudizio sarebbe impietoso, eppure il film si salva nel complesso proprio per la palese natura dell’operazione: è quello che si definisce “una classica americanata”, un pop-corn movie estivo (ricordo che in USA funziona al contrario che da noi, cioè fanno uscire i candidati campioni d’incasso l’estate, mentre noi a Natale) fatto di favolose scenografie, begli attori, un paio di star comprimarie (in questo caso Ben Kingsley nel ruolo del villain di turno – no, non è uno spoiler: è uno dei mille cliché – e Alfred Molina nel ruolo di aiutante/spalla comica – altro cliché!) e una storia leggera che va giù come la cola sgasata alla spina presa con i pop-corn :D