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Duel

Posted in Intorno ai Film by Cape on maggio 30, 2011

Inauguriamo oggi una rubrica dedicata ai grandi classici della storia del cinema, ai film che hanno fatto la storia, segnato una o più generazioni, ispirato schiere di giovani cineasti, definito un genere, creato degli stereopiti. Possono essere grandi produzioni come anche piccoli lavori (piccoli solo nel budget) che magari sono serviti come trampolino di lancio per registi in seguito molto affermati.
E’ questo il caso di Duel, che vede alla regia un venticinquenne di nome Steven Spielberg. Siamo nel 1971 e Duel, inizialmente girato come film TV della durata di 74 minuti, viene allungato a 90 minuti con l’aggiunta di quattro scene e ridistribuito al cinema.
Spielberg prende un racconto di ordinario surrealismo di Richard Matheson (recentemente ritornato al cinema grazie a The Box di Richard Kelly), gli fa scrivere anche la sceneggiatura e in tredici giorni gira il suo primo lungometraggio. Grazie al successo ottenuto, ha l’opportunità di girare Sugarland Express ed in seguito Lo squalo, che lo consacrerà nell’olimpo della settima arte; ma torniamo a Duel. La storia è in perfetto stile Matheson: un evento inspiegabile e irrazionale fa precipitare il malcapitato “uomo qualunque” di turno in un vortice di situazioni surreali che lo porteranno ad affrontare i lati più oscuri della propria anima. In questo caso l’uomo comune (che non a caso fa di cognome Mann – uomo) ha la sfortuna di incontrare sulla propria strada un’autocisterna arrugginita e un po’ sgangherata che, dopo un sorpasso, decide senza alcun motivo di perseguitare il malcapitato, giocando dapprima come il gatto col topo e poi facendo di tutto per speronarlo e ucciderlo. Quello che stupisce è che nonostante lo script non offra molta varietà di situazioni e paesaggi, e nonostante il film originario sia stato “diluito” con quindici minuti per arrivare ai canonici novanta, Spielberg ne esce alla grande mostrando il suo enorme talento di narratore nel raccontare questo assurdo road movie con un ritmo alto e costante, grazie ad inquadrature assolutamente dinamiche e moderne (i vari Fast&Furious sembrano roba vecchia dopo aver rivisto questo film!), collocandosi in quella rivoluzione del cinema americano, partita alla fine degli anni sessanta, che va sotto il nome di Nuova Hollywood.
In definitiva, un film consigliato a tutti, immune al trascorrere dei quasi quaranta anni (se non per la Playmouth e i baffoni :D ) e che ci consegna un regista che di lì a qualche anno scriverà pagine memorabili non solo della storia del cinema, ma anche della cultura americana e non solo.

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The box

Posted in Intorno ai Film by Cape on agosto 2, 2010

E’ molto difficile parlare di questo film senza spoilerare, perché gran parte del fascino deriva da piccoli dettagli e situazioni particolari che invitano alla riflessione e che sicuramente saranno oggetto di discussione quando, con gli amici, uscirete dalla sala. :)
Chi di voi ha visto Donnie Darko o Southland Tales (questo l’abbiamo visto veramente in due) sa cosa intendo, perché il regista Richard Kelly, nonostante la giovane età, ha dimostrato fin dal suo esordio un talento e una visionarietà fuori dal comune, forse anche troppo visto che le sue opere possono risultare eccessivamente cervellotiche e filosofiche, quasi astratte e fini a sé stesse. Ma veniamo a The Box. Il soggetto è tratto da un racconto di Richard Matheson (uno scrittore da conoscere assolutamente) che, in dieci paginette, riesce a disegnare un quadro essenziale, senza fronzoli, ma molto affascinante. Per chi non lo sapesse, il racconto tratta di un uomo che consegna una scatola con un pulsante ad una coppia dicendo loro che, se avessero premuto il pulsante, una persona a loro sconosciuta sarebbe morta e loro avrebbero ricevuto un milione di dollari. Nella trasposizione cinematografica la storia inevitabilmente si complica parecchio aggiungendo cospirazioni dei servizi segreti, manipolazione e controllo e… E non posso continuare per non svelare nulla. Anche il messaggio (o forse sarebbe meglio parlare di chiave di lettura) del film si distacca da quella del racconto, che verte principalmente sul concetto di “cosa vuol dire esattamente conoscere una persona”, per abbracciarne uno di più ampio respiro legato all’egoismo dell’uomo.
La messinscena è molto curata e ci cala con convinzione nel 1976, dove una famiglia come tante altre si ritrova a dover compiere una scelta improbabile quanto difficile moralmente e ad affrontarne le conseguenze. Tutto ci riporta agli anni ‘70, dalla fotografia sbiadita/giallastra con i colori desaturati alle acconciature, dagli apparecchi tecnologici ai costumi, in un revival che tocca non solo gli aspetti scenografici ma anche quelli di regia e montaggio, come ad esempio il ricorso allo zoom invece della carrellata (per fortuna limitato a poche inquadrature, perché è un effetto che veramente detesto in quanto rompe l’illusione con un effetto ottico irreale – l’occhio umano non può zoomare!).
Il ritmo è incalzante e ben dosato e, pian piano che il thriller si definisce, c’è un senso di inquietudine e ansia che cresce di pari passo. Questo, probabilmente, è sia l’elemento più riuscito, che conferisce una marcia diversa a questo film, sia la cosa che la gente si aspettava di meno, a giudicare dal mormorio in sala; ma la vera peculiarità, che è il tratto distintivo di Kelly, è quella di richiedere un livello costantemente alto di attenzione a causa di numerosi particolari e situazioni enigmatiche (ad esempio la vecchia che fissa il protagonista) quasi mai spiegate (in barba alle didascaliche sceneggiature tanto in voga recentemente – qualcuno ha detto Prince of Persia?). Con intelligenza l’autore mescola le suggestioni tipiche della fantascienza classica con riflessioni sull’aldilà, la morale e il libero arbitrio, citando Sartre e mostrando (quasi sfoggiandola) una grande cultura, cinematografica e non solo. In conclusione un film molto interessante, che forse ha il limite (o il pregio?) di non chiarire esattamente se per il regista sia più importante la forma o il contenuto, cioè: tutti quei dettagli hanno un peso nel messaggio finale o – metaforicamente – la scatola è vuota e quello che conta è l’ammaliante rappresentazione di essa? Il solo fatto di instillare tanti e tali interrogativi rappresenta motivo di stima.